L’impresa è titanica, ma lui può riuscirci: far rimpiangere Emilio Fede. Giovanni Toti, neodirettore del Tg 4, incarna lo stereotipo del soldatino aziendale. È un Alessio Vinci senza neanche l’intenzione vaga dell’attraenza. Il giornalista mediano, affidabile, fieramente privo di picchi creativi: facilmente malleabile, come una creta che nessuno userà mai per plasmare capolavori. Viareggino, Toti ha 43 anni. È entrato a Cologno Monzese nel 1996, per uno stage nel Tg di Italia 1, e non ne è più uscito. Sposato con la collega Siria Magri. Redattore di cronaca, caposervizio, caporedattore a Studio Aperto. Parentesi nel 2006 a Videonews, la testata di “approfondimento” Mediaset, come curatore di Liberitutti su Rete 4 (il titolo era una sintesi del programma giuridico Pdl). Responsabile dei rapporti con i media e vicedirettore di Studio Aperto, condirettore e quindi direttore nel 2010. Fino all’ascesa al soglio emiliesco di due giorni fa.

Di Toti affascina la commovente refrattarietà alle telecamere: fisico da rugbista dismesso, movenze da cartone animato, sopracciglia che si alzano e abbassano come un attore di telenovelas brasiliane alle prese con una scena teoricamente drammatica. Toti si è gradualmente avvicinato alla forma “giornalistica” più cara ai berluscones: il pistolotto pseudo-garantista. Se Minzolini affrontava il comizietto esibendo la zeppola delle grandi occasioni, da navigato ex caratterista di Nanni Moretti, Toti recita i salmi con l’impeto di una triglia afflitta. Il primo a non sembrare convinto di ciò che dice è lui: se esortasse il pubblico ad andare a Messa, ci sarebbero più mangiapreti in Italia che tra le frequentazioni di Bakunin. Su Youtube giganteggiano gli strali con cui attaccò i giudici che condannarono Marcello Dell’Utri e, poi, i sovversivi che gioirono per le dimissioni di Berlusconi. Ventinove giugno 2010, 11 novembre 2011: le date delle (per ora) più celebri omelie di Toti, uno che la stampella l’ha scagliata ma gli è forse caduta in testa. Da qui lo sguardo surreale, tra il vitreo e lo sgomento, e le pause a caso durante la lettura. Sospiri confusi, respiri affannosi, un che perenne di ansiogeno. Dovrebbe assurgere a rampognatore, ricorda al massimo un Mastrota che incensa materassi scomodi. Se Fede ostentava la sua parzialità, nel tentativo vano di risultare credibile come comico di se stesso, Toti è il gregario che pedala per interposta persona e senza scattare mai. Il suo è un giornalismo senza salite né discese. Solo pianure, su cui stazionare placidi. E sempre a favor di vento.

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Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2012