In questo Paese nel quale l’economia dettata (anzi, spiegata didatticamente) dai tecnocrati sta gradatamente sostituendo i diritti perché “questo ci chiede l’Europa ed i mercati internazionali” (anche se qualche dubbio mi sovviene), è quasi inevitabile e consequenziale assistere ad un non dibattito sulla riforma della giustizia.

L’economia vien prima di tutto, le nostre vite, oramai sospese, dopo. Si è proprio smarrito il senso della “giustizia” nel senso più ampio del termine. Ed anche della giustizia come pilastro sul quale si sorregge una democrazia. Senza giustizia, i diritti sono impalcature scheletriche senza organi vitali. Materia morta.

La fresca notizia del magistrato Giusti (nomen non omen in tal caso) e della inspiegabile indulgenza del CSM ripropone il dibattito sull’autogoverno dei giudici. Il recente emendamento Pini sulla responsabilità civile dei magistrati aveva già sobillato il dibattito. La giustizia affiora di tanto in tanto nel dibattito, mai però centrandone i problemi reali.

Raramente ci si sofferma a riflettere sulla straordinaria centralità di essa nella vita di tutti noi. Il sistema di tutela dei nostri diritti dipende dall’efficienza della giustizia. Se, come nel nostro caso, la giustizia è inefficiente, la tutela dei diritti risulta molto allentata.

Al riguardo risultano assenti adeguate informazioni, minandone la consapevolezza e dunque il moto di cambiamento. Ne ho avuto conferma giorni fa durante le giornate del Fai, in occasione delle quali ho avuto il piacere, insieme ad altri “giovani” avvocati, di accogliere i gruppi di persone nel Palazzo di Giustizia di Milano, poi ben guidati dal Fai ai tesori artistici in esso racchiusi. Nel spiegare loro come si svolge un’udienza, chi partecipa all’udienza, quanti magistrati onorari reggono la giustizia, quanti magistrati togati non facenti funzioni vi siano, soprattutto quante centinaia di milioni di euro l’Italia paghi ogni anno per gli indennizzi per irragionevole durata del processo e quanti miliardi abbia pagato nell’ultimo decennio, infine in quale posizione sia l’Italia nella apposita classifica internazionale, intravedevo negli occhi di circa un migliaio di persone, smarrimento, sconcerto, rabbia, ira, infine coscienza. Lentamente traspariva un solo grido: così non può andare avanti.

Occorre dunque spiegarlo a chi ci governa che nell’agenda deve trovare posto la “riforma della giustizia”. Ed anche nella barbara e cinica ottica di mercificare i diritti, un tanto all’euro, poiché nulla valgono (anche economicamente dunque) i diritti se non vengono efficacemente tutelati. Chi investirebbe mai in Italia se al primo problema non sarà adeguatamente tutelato ma anzi sarà indirettamente tutelato il furbetto?

Diritti, non merci” questo è stato il titolo del congresso straordinario dell’avvocatura tenutosi una settimana fa a Milano, nel quale è stata denunciata la politica mercatale dei diritti e, nell’ottica di tale precisa strategia, la volontà di distruggere l’autonomia, l’indipendenza e la valenza dell’avvocatura, vero secondo piatto della giustizia.

L’avvocatura domanda da tempo una rigorosa riforma della giustizia, ivi inclusa di se stessa, avanzando proposte articolate e precise, che tuttavia vengono ignorate. Quanta miope visione del futuro può esservi nelle menti dei 70/80enni che conducono questo Paese, forse anche restituendo credibilità e prestigio dopo il Mago di Oz, ma senza ristrutturare realmente le nostre fondamenta su diritti, etica, cultura, ricerca scientifica, lavoro? Un Paese edificato sullo spread mi fa orrore. E’ fragile, cinico, elitario, egoista matrioskato da altruista.

Servono magistrati che lavorino al meglio e che facciano solo i magistrati, non i distaccati ai Ministeri, i politici, gli scrittori, i golfisti, gli arbitri in ricchi arbitrati. Serve una mediazione seria e non un catafalco “obbligatorio” che impedisca l’accesso alla giustizia. Serve un processo civile snello e condotto con sapienza e attenzione. Serve un vero processo informatizzato e non in balia degli ufficiali giudiziari, dei messi e dei furbetti che cambiano residenza e domicilio. Serve un’avvocatura preparata, rigorosa, libera e non asservita ai soci di capitale (banche, assicurazioni etc.). Serve uno Stato che investa in una giustizia efficiente, rigorosa, certa e non uno Stato schizofrenico che impedisca le liti, privatizzi la giustizia, distrugga l’avvocatura o la svenda ai poteri forti. Per fare tutto ciò, appunto, serve uno Stato ed una classe politica seria, preparata e soprattutto onesta. Qualcuno sa indicarmela?