Ho sempre combattuto politicamente Raffaele Lombardo. Quando lui era vicesindaco di Scapagnini e poi presidente della Provincia di Catania e io consigliere comunale. Ho continuato a combatterlo da parlamentare del Pdci quando lui sosteneva Totò Cuffaro e poi nel 2008 lo soppiantava nel governo della Sicilia. Continuo a contrastarlo politicamente anche adesso, perché ho sempre giudicato le sue oggettive ‘relazioni pericolose‘, oltre ogni loro ipotetica qualificazione sulla base del codice penale (compito che spetta alla magistratura), come una grave fonte di inquinamento della politica siciliana, endemicamente compromessa e storicamente adusa a corruzione e collusione con la criminalità organizzata.

La notizia dell’imputazione coatta di Raffaele Lombardo e del fratello Angelo (deputato nazionale dell’Mpa) per le ipotesi di reato concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso e voto di scambio aggravato costituisce l’anticamera di un vero e proprio terremoto politico. Raffaele Lombardo e il suo Mpa nell’ultimo decennio hanno giocato un ruolo essenziale negli equilibri politici siciliani e nazionali. Lombardo è sempre alleato fedele di Berlusconi, addirittura anche della Lega Nord con cui per un paradosso della rispettive ragioni sociali nel 2006 presentavano liste comuni al Parlamento; nel 2011 si è sganciato appena in tempo prima dell’affondamento del cavaliere nero. Adesso contribuisce al costituendo Terzo Polo di Casini, Fini e Rutelli.

Il Pd, o meglio un pezzo rilevante e autorevolissimo sul fronte antimafia del Pd siciliano sostiene politicamente il governo regionale di Lombardo, legittimando un connubio tanto indecente da far apparire roba da mammolette il consociativismo con la peggiore DC dei decenni scorsi. Il ruolo politico di Lombardo e dei suoi alleati ha infine dispiegato tutta la sua potenza distruttrice nel centrosinistra alla vigilia delle elezioni comunali di Palermo, scatenando polemiche roventi e una spaccatura verticale nello stesso centrosinistra pagate duramente da Rita Borsellino nel corso delle primarie. Siamo alla resa dei conti. Il Pd non può più voltare la testa da un’altra parte, perché adesso c’è un gravissimo provvedimento dell’autorità giurisdizionale (Gip), che non è certo una sentenza definitiva ma un atto di straordinaria importanza per le sue implicazioni quale l’imputazione coatta: un provvedimento che smentisce radicalmente la debole posizione della Procura di Catania, anch’essa travolta da polemiche e spaccature, sulla situazione processuale di Raffaele Lombardo. Insomma, la coperta si è ridotta a meno di un fazzoletto e Bersani adesso ha tutte le carte per porre fine a un’alleanza indicibile. Lombardo si dimetta e pensi alla sua difesa su capi di imputazione assai più gravi di quelli addebitati a Totò Cuffaro.

Ps. La nouvelle vague antimafia che annovera esponenti di primo piano del Pd, solerti nell’accreditare Lombardo come un riformatore e un uomo che aveva rotto con il passato e garantito una svolta alla Sicilia, dovrebbero sparire dalla faccia della terra