Le nostre imprese vitivinicole sono divenute oggetto del desiderio di magnati di mezzo mondo. Così, mentre a dispetto della crisi il vino italiano ha appena celebrato al Vinitaly di Verona un’annata di tutto rispetto (fatturato in crescita del 9 per cento ed export del 12 per cento sul 2010 a 4 miliardi di euro), tra i padiglioni della Fiera si sono visti non solo operatori e visitatori, ma anche facoltosi uomini d’affari alla ricerca di occasioni di shopping. Il più noto è una vecchia conoscenza dell’Italia: il miliardario russo Roustam Tarìko, 854esimo uomo più ricco del mondo e padre-padrone del colosso della vodka Russian Standard. Immancabile villa in Costa Smeralda, dove trascorre sei mesi all’anno, Tarìko è noto alle cronache del settore per aver acquistato lo scorso dicembre il 70 per cento delle storiche cantine piemontesi Gancia pagando 100 milioni di euro. Oggi è pronto a rilanciare con almeno 300 milioni di euro e avrebbe già ‘annusato’ due o tre cantine di sicuro interesse.

Oltre al paperone russo ci sono altri investitori, forse meno appariscenti, che stanno imbastendo operazioni simili. Come spiega il presidente di Federvini, Lamberto Vallarino Gancia, “i segnali di interesse per le nostre cantine non arrivano solo da Stati Uniti o Russia ma da tutte le aree del mondo in forte crescita. “A muoversi – ha aggiunto – sono anche investitori cinesi, indiani o brasiliani. Questi ultimi in particolare avrebbero già individuato una possibile acquisizione in Emilia“. Un fatto tutto sommato positivo, commenta Vallarino Gancia, in quanto “ulteriore testimonianza del valore delle nostre produzioni, capaci di attrarre in Italia capitali stranieri nonostante i rischi del momento e le difficoltà burocratiche”. A patto ovviamente che non si esageri e che il paese non finisca per diventare terra di conquista. In tal senso, sarebbe opportuno “ridurre la polverizzazione dei produttori italiani attraverso aggregazioni e fusioni da realizzare anche con il sostegno delle banche” ha concluso il presidente di Federvini.

Come tanti altri, anche il settore vitivinicolo italiano è infatti caratterizzato da un alto numero di imprese con produzioni di elevata qualità, buoni risultati economici, ma troppo piccole per competere da sole su scala internazionale e per resistere agli assalti dei colossi esteri. Ogni anno le cantine italiane vengono ‘radiografate’ dall’ufficio studi di Mediobanca. A parte il Gruppo Cantine Riunite, che fattura ogni anno mezzo miliardo di euro, le altre grandi aziende italiane hanno giri d’affari nell’ordine dei 100/150 milioni di euro. Cifre che si confrontano con i fatturati miliardari dei grani gruppi esteri. Il numero uno al mondo, l’americana Constellations Brand incassa ad esempio 2,5 miliardi di euro l’anno, la francese Louis Vuitton Moet Hennessy 1,6 miliardi, la sudafricana Distell Group oltre un miliardo. E non è un caso che lo scorso ottobre proprio la Constellations si sia assicurata per 50 milioni di euro il controllo del marchio Ruffino, azienda vinicola toscana fondata nel 1877.