Oggi, giovedì 29 marzo, a Londra, la Wellcome Collection inaugura una mostra che di certo non ambisce a smentire il luogo comune sugli eccentrici inglesi. L’esposizione s’intitola Brain: The Mind as Matter, e in mostra ci sono, appunto, dei cervelli (mi viene in mente il Brain Depository di Frankenstein Junior). Tra questi c’è anche una fettina – ma solo una fettina – del cervello di Einstein.

La storia della vita del padre della teoria della relatività, nonostante abbia rivoluzionato la fisica e il nostro modo di concepire il mondo, non si può certo definire avvincente. Ma di certo lo è la storia del suo cervello e di come un pezzetto, e uno solo, a cinquantasette anni dalla sua morte, sia finito dentro una teca al 183 di Euston Road. Uno storia che vale la pena d’essere raccontata.

Il dottor Thomas Stoltz Harvey il 18 aprile del 1955, il giorno in cui Einstein passò a miglior vita, era medico patologo presso l’università di Princeton. Ed era di turno quando, dovendo farne l’autopsia, si ritrovò sul lettino la più grande intelligenza del ventesimo secolo rinchiusa dentro la scatola cranica di uno striminzito vecchietto morto di giornata, per dirla alla Igor (leggi Aigor). Le ultime volontà dello scienziato prevedevano la cremazione del suo corpo, con tutto quello che c’era dentro, senza eccezione alcuna. Ma Harvey stimò che, se proprio dovevano ridurlo in cenere, potevano tranquillamente farlo senza che dentro ci fosse anche il cervello. Così, senza autorizzazione, e perciò commettendo un crimine, asportò il cervello di Einstein e iniziò a studiarlo.

Naturalmente per asportare un cervello qualche taglietto lo devi fare, e la cosa non passò inosservata. I parenti scoprirono tutto e si rivolsero alle autorità.

Harvey perse il lavoro, fu cancellato a vita dall’ordine dei medici, la sua laurea decadde, sua moglie divorziò e fu costretto a pagare un ingente risarcimento. Dopodiché, prese le poche cose che gli rimanevano e si mise a vagabondare per gli Stati Uniti, facendo umili lavoretti qui e là, cercando di far perdere le proprie tracce. Tra le poche cose che portava sempre con sé c’era un barattolo di vetro da conserva pieno fino all’orlo di formaldeide. Con dentro il cervello di Einstein.

Nel corso dei mesi e degli anni, si sparse la voce che Harvey aveva ancora il cervello con sé, e ricercatori e neurobiologi di tutto il mondo cominciarono a contattarlo per chiedergliene un pezzo. E lui, ogni volta, tagliava una sottilissima fetta di cervello, la impacchettava, e la spediva a chi gliene aveva fatto richiesta. La cosa è andata avanti per cinquant’anni. E fettina dopo fettina, scienziati di mezzo mondo facevano ricerche sul cervello più fenomenale di cui si sia mai avuta notizia, sfatando ipotesi errate sulla correlazione tra massa cerebrale e intelligenza, ma chiarendo anche alcune componenti biologiche delle capacità intellettive.

I decenni di studio sul cervello di Einstein condotti separatamente da scienziati di tutto il mondo hanno contribuito significativamente all’enorme progresso della neurobiologia, anche in campo terapeutico. Tutto grazie a Thomas Harvey, che ebbe l’intuizione folle di trafugare il più bel cervello di tutti i tempi, sacrificando il proprio lavoro, la propria famiglia, la propria vita, nella consapevolezza che sarebbe stato deriso, biasimato e perseguito dalla maggior parte dei suoi contemporanei, ma che le generazioni future lo avrebbero ringraziato salutandolo come un eroe della scienza e del progresso.

Ecco un uomo che mi piace. Thomas Stoltz Harvey. Un pazzo scriteriato che ha buttato la sua vita nel cesso per impedire che la cosa più preziosa che gli fosse capitata tra le mani se ne andasse, letteralmente, in fumo. Una specie di Don Chisciotte del ventesimo secolo che se n’è fregato della legge, del buon senso, della professione, dei soldi, della moglie e del perbenismo dominante per salvare qualcosa che solo in futuro si sarebbe rivelata a tutti nella sua importanza.

Giuro che se mai dovesse capitarmi, farò di tutto per trafugare il mio cervello di Einstein.