Un famoso trader della city londinese sostiene: “Il fondo salva stati è quella cosa che nel momento in cui la usi è già troppo tardi”. Questo è il sentimento generalizzato del mercato rispetto alle promesse di ampliare la dotazione di quello che i governi europei chiamano il “firewall”. Strumento che dovrebbe impedire che il contagio della crisi del debito si propaghi a tutta Europa.

Le promesse di questi giorni fatte da Angela Merkel e dai commissari europei di ampliare la dotazione del fondo sono utili a riempire le pagine dei giornali economici, confondere i lettori ma assolutamente irrilevanti per il mercato. Facciamo un po’ di chiarezza: attualmente il fondo che sta erogando i prestiti ai paesi in difficoltà è l’Efsf che ha una dotazione di 440 miliardi rappresentata dalle garanzie depositate dagli Stati per la sua creazione. Indebitandosi sui mercati l’Efsf ha erogato fondi a Grecia, Portogallo ed Irlanda per 160 miliardi e ne ha impegnati altri 40. Da giugno partirà il fondo permanente chiamato European Stability Mechanism (ESM) con una dotazione di 500 miliardi di garanzie.

Il Fondo monetario internazionale aveva chiesto che i due fondi lavorassero in parallelo portando il totale delle garanzie a 940 miliardi di euro per poter contribuire esso stesso con 250 miliardi di euro. In realtà la Germania si è opposta a questa soluzione e il Esm sostituirà l’Efsf assorbendone solo la parte già erogata (240 miliardi) e cancellando i residui 200 miliardi di garanzie. Inoltre i meccanismi di accesso al fondo saranno molto più stringenti che in passato e le nazioni che si rivolgeranno ad esso di fatto rinunceranno alla sovranità nazionale sui propri conti pubblici. Probabilmente il FMI rimarrà deluso da questa soluzione e su spinta dei paesi emergenti, Brasile in testa, parteciperà ad eventuali piani di salvataggio in misura molto inferiore a quanto preventivato. La situazione è tutt’altro che rosea, il mercato ha capito le difficoltà verso le quali si avvia l’Europa e in particolare Spagna ed Italia, le economie cresceranno meno e che, in base all’accordo di “fiscal compact” dovranno adottare misure ancora più recessive.

Il meccanismo messo in piedi dal Consiglio europeo in realtà non sembra destinato a salvare gli Stati ma ad accompagnarli verso un fallimento accettabile dal mercato. D’altronde la storia della Grecia negli ultimi due anni avrebbe dovuto insegnarci che la Germania ed i paesi del nord Europa non hanno voglia di impelagarsi in lunghi e problematici sostegni ai Paesi in difficoltà ma preferiscono una ristrutturazione del debito che abbia il minor impatto possibile sui propri istituti di credito. La Germania preferisce spendere i suoi euro nel fondo di salvataggio delle proprie banche per cui ha stanziato 360 miliardi di euro: da questa semplice cifra si capisce come Berlino stia costruendo un proprio “firewall” autonomo, mentre continua a mancarne uno europeo, per prepararsi all’inevitabile seconda ondata della crisi del debito sovrano di altri Paesi europei.

Il nervosismo di Mario Monti di questi giorni non è quindi interamente ascrivibile alla Cgil, il suo piano era evidentemente quello di presentarsi in Europa con l’approvazione di durissime riforme che gli avrebbero consentito di chiedere dei piani di rientro più morbidi e lo avrebbero così accompagnato fino alla fine legislatura in una situazione di mercato relativamente tranquilla. Ma proprio questo disegno mostra i limiti dell’attuale governo, dopo aver annunciato miracolose crescite del Pil (+11 per cento) a seguito del decreto sulle liberalizzazioni si trova a dover fare i conti con dati economici disastrosi e tenta di barattarli con i diritti dei lavoratori da immolare sull’altare dell’Unione Europea. Una strategia di cortissimo respiro che non affronta i nodi cruciali della spesa pubblica e del debito che viaggia allegramente verso il superamento dei duemila miliardi di euro.

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