“Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove”. Così scriveva nel 1974, sul Corsera, Pier Paolo Pasolini, titolo “Cos’è questo golpe? Il romanzo delle stragi“. Il romanzo delle stragi ora è diventato il Romanzo di una strage, quella di Piazza Fontana, e l’Io so di Pasolini si è allargato all’”abbiamo le prove” del regista Marco Tulio Giordana.

Così è nato il film (scritto con Rulli e Petraglia) che ricostruisce l’attentato che inaugurò di fatto la strategia della tensione in Italia: era il 12 dicembre di 43 anni fa, quando a Milano, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, esplode una bomba. Uccide 14 persone (poi salite a 17), ne ferisce 88. Prima di allora c’erano stati altri ordigni, solo dimostrativi, alle stazioni dei treni. Anarchici, forse. Stavolta è diverso. Stavolta c’è la volontà di ammazzare quanta più gente possibile. C’è un salto nella strategia politica, un disegno eversivo che non ha paura di sporcarsi le mani di sangue, attizzare la violenza ed evocare i fantasmi della guerra civile. L’opinione pubblica è sgomenta, la questura di Milano – le indagini vengono affidate al giovane commissario Luigi Calabresi – batte la pista anarchica. Ne ferma 40, tra cui Giuseppe Pinelli, torchiato per 72 ore perché firmi un verbale di accusa nei confronti di Pietro Valpreda, sua vecchia conoscenza. A inchiodarlo la testimonianza di un tassista, ma le cose che non tornano, le prove fragili, i personaggi nell’ombra, i neonazisti e i servizi segreti, i prefetti che insabbiano e i questori che mentono la fanno da padrone.

Padroni non della verità, ma della menzogna, del complotto e del depistaggio, mentre qualcuno “cade giù” (Pinelli),  qualcuno rimane fulminato (Giangiacomo Feltrinelli, il “Bombarolo” dell’omonima canzone) e qualcuno a terra (il commissario Calabresi). “Una caldaia”, si disse nell’immediato di Piazza Fontana, ma così non era. Eppure, giustizia non è stata fatta. Allora? Allora cinema, allora Romanzo di una strage. Che il titolo del film scimmiottasse Romanzo criminale – produce sempre Cattleya – era un’opzione, fastidiosa, ma così non è: sulla scorta del monito di Ppp, al contrario, è l’arte a doversi prendere carico delle risposte, a giudicare “sapendo” ma non potendo dimostrare.

Nelle note di regia, Giordana scrive: “Oggi, passati più di 40 anni, queste prove sono diventate finalmente accessibili, a disposizione di chiunque voglia davvero sapere. E’ giunto il momento di raccontarle, di tirarle fuori”. Esagerato, forse fuorviante, ma non è il punto: la fragile, manchevole verità di questo Romanzo, se c’è, non è storica, ma cinematografica. E non può essere altrimenti. Calabresi (Valerio Mastandrea) e Pinelli (Pierfrancesco Favino), Valpreda e Moro (Fabrizio Gifuni), il golpe e i golpe, siamo noi, siamo l’Italia ultima scorsa: soprattutto, siamo le vittime, cui il film è dedicato. Titoli di testa per loro, e in coda quelli delle morti esemplari – da Pinelli a Calabresi – e della verità processuale che esemplare, soluta e resoluta non è. La giustizia che non hanno avuto. In mezzo, le pagine e i volti del Romanzo, qualche gradino più su della fiction tv, qualcuno più giù dell’inarrivabile Carlos (sì, lo Sciacallo) di Olivier Assayas: enfasi, dialettismi, attori no (Laura Chiatti, moglie di Calabresi) e registri sfalsati.

Ma davvero si può chiedere a un film quello che le aule giudiziarie non hanno saputo riguadagnare? D’appendice è la Giustizia, non questo Romanzo. Forse un po’ scolastico, sicuramente da far vedere nelle scuole.