Nel 2010 le politiche economiche di Usa e Europa hanno preso due strade diverse. In America (dove governa il centro-sinistra) sono rimaste moderatamente espansive. L’Europa liberista (qui governa ovunque il centrodestra) ha scelto l’austerità. Questi sono stati gli effetti sull’economia reale. La sentenza è chiara e inappellabile.

Ora due economisti americani vanno oltre. In un lavoro appena uscito, sostengono che nelle attuali condizioni l’austerità non solo deprime l’economia: la deprime a tal punto da ampliare i deficit pubblici. Non sono i primi. Grecia docet! Rovesciando il ragionamento, si giunge però a conclusioni paradossali: per ridurre il deficit si dovrebbe aumentare la spesa pubblica! Il Bengodi. Possibile? Ci avevano detto: “In Economia, non ci sono pasti gratis: le risorse sono limitate!”

Le tesi dei due economisti ricordano la “Voodoo Economics” e la curva di Laffer. Costui assurse ad effimera celebrità offrendo copertura ideologica al populismo della destra americana. Negli anni ’70 sostenne che una riduzione delle aliquote fiscali non crea problemi al bilancio pubblico, perché: stimola l’economia (fin qui, ok), a tal punto da aumentare le entrate fiscali totali! La teoria venne testata da Ronald Reagan, e ne uscì completamente screditata: causò infatti enormi deficit al bilancio federale.

Ma – sostengono i nostri due economisti – oggi il sistema economico funziona alla rovescia. La crisi è causata, è noto, da un eccesso di propensione al risparmio, che deprime le vendite delle imprese, la produzione, l’occupazione… e le entrate fiscali. Eventuali sgravi fiscali (Laffer) verrebbero dunque in gran parte risparmiati, non spesi: con poco stimolo per l’economia. Non così lo stimolo impartito direttamente dalle spese (pubbliche). Il cui effetto positivo sul bilancio sarebbe determinato dalle seguenti circostanze:

  1. L’eccesso di risparmio ha spinto i tassi d’interesse a livelli bassissimi (in Usa, Canada, Germania, Olanda, Inghilterra, Svizzera, Giappone, ecc.), inferiori all’inflazione. Lo stimolo “costa poco”.
  2. Molti fattori produttivi sono inutilizzati. Investimenti pubblici addizionali valorizzerebbero questi fattori, senza sottrarre nulla alle attività produttive già in atto. (Le risorse produttive non sono limitate). Ciò alza parecchio il “moltiplicatore keynesiano”.
  3. I liberisti insistono sulle “riforme strutturali”: le politiche dell’offerta. Per loro conta solo aumentare la capacità “strutturale” di produrre: la domanda, prima o poi, si riprenderà. Ma intanto il non pieno utilizzo della capacità produttiva esistente spinge le imprese a ridurla (isteresi): perciò cala non solo il Pil corrente, ma anche quello futuro. Lo stimolo invece protegge lo stock di capitale fisico ed umano.

Utilizzando cauti esempi numerici, dimostrano che la loro tesi è più che plausibile.

Le implicazioni per l’Europa sono ovvie: urgono politiche anticicliche. La Bce dovrebbe abbassare i tassi d’interesse. I paesi con tassi d’interesse ai minimi storici dovrebbero aumentare la spesa pubblica per un paio d’anni almeno.

E in Italia? Le condizioni 2 e 3 sono verificate; la 1 molto meno. Il costo medio annuale del debito pubblico, pur essendo sceso al 3,3%, resta più alto che in Germania (1,3%). Nonostante ciò, l’Italia rientra largamente nei parametri indicati dai due economisti: 7% è la soglia stimata, oltre la quale la spesa pubblica smette di essere “auto-pagante”.

La crisi finanziaria ci è costata 40 Mld in nove mesi! Era (è) dunque vitale abbassare gli spread in fretta. Nella manovra di Monti c’era una parte di austerità immediata (es. accise sulla benzina), e una parte di riduzione strutturale, ad impatto differito nel tempo, del deficit pubblico (es. riforma delle pensioni). Come valutare la parte di austerità? All’apice della crisi, nel Novembre 2011, i tassi medi italiani sono saliti oltre il 7%: in quel momento il costo dell’indebitamento superava il suo rendimento atteso. Perciò il governo non aveva scelta: doveva ridurlo immediatamente.

In realtà, se i parametri indicati sono corretti, i benefici fiscali dell’austerità non hanno mai superato a lungo e nettamente i suoi costi fiscali. Gli spread sono dunque calati per altri motivi:

  • La Bce ha abbandonato la politica monetaria restrittiva.
  • Monti ha fatto anche una manovra strutturale di risanamento del bilancio, i cui effetti positivi hanno sovrastato gli effetti (di segno incerto) dell’austerità.

In ogni caso, ora i tassi sono scesi. Se i nostri due economisti hanno ragione, se, come sostengono, l’austerità aumenta il deficit invece di ridurlo, e se i mercati sono “razionali”, allora l’austerità fa chiaramente salire gli spread. Perciò Monti prudentemente, vista la congiuntura, annuncia per il 2013 solo un pareggio del “bilancio strutturale”: un concetto flessibile, qualunque cosa significhi. Meglio così. Ma farebbe bene a prendere atto che i nuovi studi, qui citati, confermano l’inopportunità sia di aumentare l’Iva in Ottobre, sia di tagliare – con la spending review – in modo sostanziale la spesa pubblica nel breve termine, sia di lasciare il paese nel dubbio che una nuova mazzata sia in procinto di abbattersi sui consumi.