L'arrivo di Mario Monti a Seul

Quando il più tecnico dei primi ministri italiani arriva a citare Giulio Andreotti, è il segnale che la politica ha prevalso sulla sobrietà bocconiana del governo Monti. “Un illustrissimo uomo politico diceva: meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Per noi nessuna delle due espressioni vale perché l’obiettivo è molto più ambizioso della durata ed è fare un buon lavoro”.

Mario Monti lo dice da Seul, Corea del Sud, all’inizio del suo viaggio in Asia dove si occuperà di investimenti, debito pubblico, nucleare, politica estera. Un viaggio che, secondo una tradizione inestirpabile della politica, serve soprattutto da megafono per far arrivare meglio certi messaggi in Italia, amplificati dalla distanza. Monti chiarisce: “Se il Paese, attraverso le sue forze sociali e politiche, non si sente pronto a quello che secondo noi è un buon lavoro, non chiederemo certo di continuare per arrivare a una certa data”. La traduzione è ovvia: quello di Monti non è un governo ponte per arrivare a fine legislatura, ma con pieni poteri. O governa, o lascia.

Attraverso le reazioni si comprende la geometria degli umori tra i partiti. Angelino Alfano, segretario del Pdl, non ha dubbi sul fatto che il premier si riferisca all’imminente negoziato parlamentare sulla proposta di riforma del mercato del lavoro fatta dal governo e dice: “Siamo d’accordo: o si fa una buona riforma o nessuna riforma”. Pier Ferdinando Casini, dell’Udc, si conferma il più montiano: “La situazione drammatica in cui versava il paese non si è esaurita, per questo il governo deve continuare”. Anche se con i suoi collaboratori ragiona sul fatto che “è normale che il governo perda un po’ di consenso se agisce con decisione, ma sarebbe inaccettabile se lo perdesse senza concludere le riforme”. Secondo il sondaggio di La 7, in una settimana il gradimento dell’esecutivo è passato dal 61 al 56 per cento. Poi c’è il Partito democratico, che ieri si è riunito per trovare una posizione comune sull’articolo 18 e che non può permettersi di far uscire la riforma dal Parlamento senza strappare qualche modifica. Il segretario Pier Luigi Bersani assicura: “Il Paese è prontissimo e il presidente Monti lo ha già visto, ma per aiutare il Paese e affrontare l’emergenza bisogna che ci sia un buon dialogo e non un distacco tra la sensibilità del Paese e l’azione del governo”. Se non una critica, è almeno una manifestazione di disagio. Rimbalza su Twitter il commento del direttore di Repubblica Ezio Mauro: “Il Paese non è pronto. E chi lo certifica? Non siamo a scuola”.

C’è poi un altro protagonista della vicenda, il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Sottovoce alcuni sostengono che Monti abbia mandato un messaggio anche al Quirinale, intervenuto in modo plateale nella vicenda dell’articolo 18, prima facendo pressione sulla Cgil perché firmasse la riforma e poi perché il governo non usasse lo strumento del decreto legge. Monti pensa davvero di dimettersi prima del 2013? Non sembra, però non ha alcuna intenzione di compromettere la sua immagine di presidente decisionista ed efficace. Sul sito della Presidenza del Consiglio è stata pubblicata ieri l’intervista rilasciata dal premier al quotidiano giapponese The Nikkei, datata 24 marzo ma concessa nei giorni precedenti: Monti si augurava una “final conclusion” della vicenda articolo 18 in pochi giorni. Una conclusione che sembra lontana. Al Nikkei Monti annunciava anche la riforma del fisco nel Consiglio dei ministri di venerdì. E non si è vista.

Monti sarà pure un tecnico, ma da vent’anni frequenta la politica e sa che il bastone senza la carota è poco utile. In questo momento il problema è il Pd, quindi la sua azione si muove su due binari. Il primo, quello del dramma: sabato il premier ha agitato il “rischio contagio dalla Spagna” (e ieri ha scherzato: “Di quel Paese per due giorni non parlo”). La carota per il Pd è la Rai: Bersani si è incartato, non vuole indicare consiglieri per un cda scelto secondo la legge Gasparri ma la riforma sembra lontana. Monti potrebbe toglierlo dall’imbarazzo con un’ipotesi di compromesso lasciata filtrare al Corriere della Sera: un cda con manager puri, niente politici, ex parlamentari e affini, così che sia impossibile ricondurre le nomine a una lottizzazione. In cambio, è ovvio, Monti vuole un sostanziale via libera sull’articolo 18. O si approva la riforma in Parlamento entro l’estate o rischia di slittare tutto alla prossima legislatura.