Ieri sono andata a trovare la mia amica Kirsten, paralizzata dal collo in giù. Da quando un cavallo la buttò sull’ostacolo e lei si spezzò come un burattino di legno, la sua vita è appesa al filo di una clessidra, che di fatto è un tubo che le consente di respirare e, quindi, di vivere. Dopo un’operazione durata cinque ore in cui le  hanno riattaccato con delle viti come fosse un robot la prima e la seconda vertebra, al suo risveglio  il verdetto implacabile dei medici: “Lei non camminerà mai più”. Un anno e otto mesi di riabilitazione a Nottwil (a dieci kilometri da Lucerna, un centro specializzato per persone con lesioni alla colonna vertebrale) fisioterapie di ogni genere e spossanti esercizi di respirazione per staccarsi dalla “macchina”. Con in testa un solo obbiettivo, tornare a casa, nella sua campagna dove il lago e il cielo si confondono all’orizzonte. John, il marito, spinge la sedia a rotelle e la porta a fare una passeggiata  Tutto è rimasto come prima, come se da un momento all’altro lei potesse alzarsi e ritornare a cavalcare la vita come ha sempre fatto.

Ça va, mon cheri? gli chiede amorevole. Lui le restituisce lo stesso sguardo pieno di tenerezza e le prende la mano fredda e immobile. Lei non può sentire la carezza, ma il suo cuore sì. Perché ne parliamo? Questo non vuole essere un post di mestizia, ma una testimonianza sulla vita che ha sempre la capacità di re-inventare se stessa. Kirsten, di origine danese e di una volontà d’acciaio, di progressi fisici ne ha fatti pochi (continua a sperare  in una lenta guarigione) eppure ugualmente è tornata a casa piena di progetti. Il primo  aprire un allevamento di cavalli: “Visto che non li potrò più cavalcare, almeno li vedrò crescere“, dice mentre il viso le si illumina in un sorriso. Ha appena adottato due puledri di 12 settimane. Ogni mattina per darle  il buongiorno l’allevatore le avvicina il muso alla faccia, l’unica parte del corpo dove le è rimasta la sensibilità. E, dal giorno più brutto, ogni giorno per Kirsten è un inno alla vita. Perché la prima a non piangersi addosso è proprio lei che, quando Helmut Newton la fotografò per Vogue Francia, davanti a tanta bellezza, esclamò: “Kirsten non dovrebbe mai scendere da cavallo”.

Proprio come succede nel film “Les Intouchables”, storia biografica di un tetraplegico, vittima di un incidente di parapendio, il quale, grazie all’intraprendenza del suo badante magrebino, riesce a risalire la china della disgrazia.Il fatto che questo film, girato con mezzi amatoriali,  sia stato campione d’incassi in Francia e nelle nostre sale ( ndr. da noi il titolo mal tradotto è Quasi Amici), dimostra che anche le grandi tragedie possono contenere un messaggio di positività. E che bisogna sempre Guardare Oltre.”Correre, correre, per andare chissà dove… Talvolta l’immobilità può essere fonte di gioia“, confessò alla sua intervistatrice il giornalista francese Jean Dominique Bauby, colpito dalla sindrome locked-in e autore della straziante autobiografia “Lo Scafandro e la Farfalla“, scritta tramite il battito della palpebra sinistra, il suo unico contatto con il mondo esterno.

Post Scriptum: Dedicato a chi si lamenta  per  il Napoli  che ha perso e  del brufolo sul naso…

di Januaria Piromallo