A volte le normalissime giornate possono essere stravolte da un avvenimento “straordinario”. Così può accadere che alla fine di una giornata di lavoro, quando ormai si sta per spegnere il computer e riporre le biro nel portapenne, arrivi una telefonata da un numero sconosciuto alla quale si risponde anche controvoglia.

Ad alzare la cornetta è una mia collaboratrice della casa editrice:  “Pronto…” “Buonasera sono Antonio Tabucchi”. Un salto dalla sedia e una camminata nervosa avanti e indietro lungo il corridoio descrivono l’agitazione di trovarsi un interlocutore telefonico non proprio ordinario.

Antonio Tabucchi fece quella telefonata da Lisbona per congratularsi con me per la pubblicazione di Saudade di libertà, libro che raccoglie una conversazione sui temi della scrittura e del romanzare fatta con Marco Alloni e uscita in libreria circa tre mesi fa. In particolare l’aveva colpito la confezione ma spende parole di complimenti anche per il lavoro di redazione.

Racconta di essere fermo a letto per un incidente che gli ha provocato la rottura del femore e che in quella condizione passava molto tempo a leggere. Richiede alla mia collaboratrice dell’ufficio stampa di tenerlo costantemente aggiornato sulla rassegna stampa di Saudade di libertà e addirittura si scusa per non aver trovato il tempo di telefonare prima.

Un episodio che merita di essere raccontato perché manifesta la grandezza d’animo e la cordialità che solo certi grandi personaggi sanno avere.

Mi aveva colpito una frase del libro: sul perché si scrive Antonio Tabucchi risponde così a Marco Alloni:
“Si scrive perché si ha paura della morte? È possibile. O non si scrive piuttosto perché si ha paura di vivere? Anche questo è possibile.”