Tre giorni per decidere le sorti della legge più importante dell’intero primo mandato di Barack Obama. Tre giorni per stabilire se una tra le pietre miliari dello stato sociale americano è destinata a sopravvivere. I nove giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti hanno iniziato l’esame della riforma sanitaria che il presidente della Casa Bianca firmò il 23 maggio 2010, e che i repubblicani e le folle dei conservatori americani considerano un attacco alla libertà e ai diritti dei cittadini.

I nemici della legge (il ricorso è stato presentato da 26 Stati americani su 50, dalla “National Federation of Independent Business” e da una miriade di singoli cittadini) sostengono che il Congresso, approvandola, ha ampiamente superato i limiti fissati dalla Costituzione. Sotto attacco, soprattutto, il cosiddetto ‘individual mandate’, e cioè l’obbligo di dotarsi di un’assicurazione sanitaria entro il 2014, pena il pagamento di una multa. Le sedute della Corte, iniziate lunedì mattina, si concluderanno mercoledì.

L’attesa a Washington è stata, in queste settimane, enorme. Non si è mobilitato soltanto il mondo della politica. L’impressione di trovarsi di fronte a una svolta storica ha sollevato l’interesse spasmodico di stampa e pubblico, come in altri momenti decisivi per la storia americana: la sentenza della Corte Suprema che nel 2000 consentì a George W. Bush di conquistare la presidenza degli Stati Uniti; o quella sui nastri del Watergate, nel 1974, che condusse alle dimissioni di Richard Nixon.

Da venerdì scorso decine di persone stazionano davanti alla Corte Suprema, giorno e notte, sotto il sole e la pioggia, per accaparrarsi uno dei 60 biglietti che verranno distribuiti al pubblico per ciascuna delle tre udienze. Alcune società di servizi di Washington hanno anche fornito propri uomini per fare la fila e conquistare un biglietto. Prezzo del servizio: 36 dollari all’ora. Sui tavoli della Corte si sono in queste settimane ammassate migliaia di pagine di argomenti legali che dovrebbero orientare la decisione della Corte. Le posizioni sembrano ormai definite. I contrari alla riforma sosterranno che l’’Obamacare’, obbligando gli americani a dotarsi di un’assicurazione sanitaria, eccede l’autorità di Congresso e governo federale (“il potere di regolamentare il commercio tra gli Stati non comprende il potere di dettare un impegno finanziario a vita come la copertura sanitaria”, dirà Gregory Katsas, avvocato degli anti-riforma).

Il rappresentante del governo, Donald Verrilli, spiegherà invece che ogni americano avrà, prima o poi, bisogno di cure, e che il rifiuto di dotarsi di una polizza sanitaria “impone un peso sproporzionato sull’intero sistema” (gli Stati Uniti spendono ogni anno per la sanità 2600 miliardi di dollari, il 18% del PIL, circa 8mila dollari per ogni uomo, donna o bambino). Oltre i dettagli legali, i tre giorni di discussione sulla riforma sanitaria arrivano in un momento particolarmente delicato per la politica e la società americana. Tutti i candidati repubblicani alla presidenza si sono dichiarati contrari alla riforma di Obama e giurano di volerla cancellare nel caso arrivassero alla Casa Bianca. L’amministrazione, dopo le iniziali titubanze, ha invece decisamente abbracciato la riforma. “La volete chiamare Obamacare? Per me è ok, perché I care”, ha detto il presidente a un evento di raccolta fondi ad Atlanta. Obama e i suoi si sono del resto letti i sondaggi delle ultime settimane, che mostrano un certo recupero di popolarità della riforma tra gli americani (a gennaio il 52% degli intervistati in un sondaggio del Washington Post si dichiarava invece contrario).

La sentenza della Corte, che dovrebbe arrivare entro la fine di giugno, circa quattro mesi prima delle elezioni, promette comunque di rendere ancor più incandescente il clima della campagna presidenziale. La vera grana, a questo punto, sembra però pesare sul lavoro della Corte. I nove giudici, tradizionalmente, non amano legiferare sotto la pressione di politica, opinione pubblica, media. In questo caso, la pubblicità sembra però inevitabile. La Corte si trova anche esposta a possibili critiche e accuse di partigianeria. I giudici – quattro liberal, quattro conservatori, un centrista, nominati negli anni da Ronald Reagan, Bush padre e figlio, Bill Clinton e Obama – sono portatori di opinioni politiche e di visioni ideologiche diverse, che potrebbero emergere con forza in occasione del dibattito sulla riforma, minando credibilità e neutralità della Corte (per questo il presidente della Corte, John G. Roberts, ha nelle scorse ore cercato di rassicurare sul fatto che tutti i giudici sono “profondamente impegnati a tutelare il ruolo di tribunale imparziale governato dalla legge”). Di più. Questa è la prima volta, dai tempi del New Deal e della furiosa battaglia tra Franklin Delano Roosevelt e la Corte Suprema del giudice Hughes, che la stessa Corte si trova a decidere su un pezzo così importante di stato sociale, tale da influenzare le sorti del futuro Welfare americano.

Proprio per cercare di svelenire il clima, e non scontentare nessuno, la Corte potrebbe ricorrere a un espediente. E cioè puntare su un vecchio pezzo di legislazione, l’Anti-Injunction Act del 1867, che vieta di fare ricorso contro una “tax law” prima che questa sia effettivamente entrata in vigore. Poiché le prime “tasse”, o multe, derivanti dal mancato acquisto della polizza sanitaria, saranno raccolte dopo il 2014, il caso potrebbe essere rimandato di almeno due anni. Al momento tutto è comunque aperto e incerto. Ne sanno qualcosa i giornalisti, ammessi in numero limitatissimo e organizzati in “staffette”, che usciranno dall’aula dovesse avvenire qualcosa di clamoroso. Il giudice Roberts ha infatti vietato cellulari e telecamera, ma ha promesso che gli audio e le trascrizioni delle sedute saranno disponibili sul sito della Corte. Un ulteriore riconoscimento dell’importanza che questa sentenza ha per il futuro degli Stati Uniti.