Scandali, tangenti, evasione, corruzione, sprechi, costi impropri: nulla a confronto delle immense colpe della scuola. Ciclicamente è ormai tradizione che diventi oggetto degli strali di qualcuno. Già la cosa pareva difficilmente tollerabile quando a salire in cattedra e saettare giudizi implacabili erano editorialisti – Ichino, Panebianco, Galli Della Loggia – che soloneggiavano sul fannullonismo degli insegnanti. Per preparare il terreno alla grande offensiva brunettiana: più grave, perché affondata da un ministro dello Stato, tutta merito, performance, premialità per pochissimi, perché il carrozzone dell’istruzione e del pubblico impiego è un peso morto.

Qualche giorno fa Lucrezia Stellacci, neo capo dipartimento dell’Istruzione – con esperienze da distaccata presso la Direzione della Puglia – spiegava le cause della recente mancata assunzione di 10 mila precari per il fatto che “pesano per la precisione 41503 stipendi. Sono professori o maestri che però non insegnano, non vanno in classe. Sono distaccati presso altri ministeri, oppure in permesso sindacale. Gli studenti non ne traggono alcun beneficio, ma il loro stipendio è sempre a carico del nostro bilancio”. Cifra enorme. E del tutto falsa.

Con tanta straordinaria e zelante precisione Stellacci è riuscita, alla sua prima uscita, a restituire perfettamente il senso di disprezzo ideologico, disinvestimento culturale ed economico, stigmatizzazione vendicativa che la scuola misteriosamente suscita. A quanto pare non solo da parte di chi crede di essere in diritto di parlarne per il solo fatto di averla frequentata; ma anche di chi dovrebbe sostenerla, curarla, valorizzarla. Al tempo stesso, prima i sindacati (Pantaleo, Flcgil: “La cifra degli oltre 41 mila dipendenti distaccati è una bufala”; Scrima, Cisl: Nel 2011 si contano 997 persone distaccate su un totale di 1 milione e 100 mi-la dipendenti”), poi anche il Ministero (si smentiscono “leggende metropolitane” e non le parole di un proprio funzionario), hanno chiarito che la cifra non corrisponde alla realtà. Insomma: l’esercito di imboscati – contro cui ha tuonato “Libero”: “41 mila prof. imboscati”, pagati per lavorare, che “non mettono piede in un’aula da anni grazie a distacchi sindacali”, grazie a Miur (“sgangherata nave di Viale Trastevere”) e sindacati (“casta burosindacale”) – non esiste. O, almeno, è un piccolo manipolo, molti dei quali svolgono con coscienza, serietà e utilità le mansioni assegnate da sindacati, associazioni, Miur, uffici scolastici. Pulizia, rigore, efficacia ed efficienza devono essere obiettivi: ma non a colpi di menzogne. Ad esistere sono inquietante protagonismo e zelo accusatorio, più gravi perché espressi da un funzionario dello Stato. Che sottendono un implacabile giudizio negativo, che si riverbera su opinione pubblica e considerazione sociale e culturale della nostra professione. Sul credito che dobbiamo riguadagnare a colpi di autorevolezza, non sostenuti né da stipendi appetibili, né da riconoscimento istituzionale. Un giudizio che emerge anche dalle parole di un accusatore di professione, Giovanni Zen, ex deputato del Partito Popolare, oggi dirigente scolastico a Bassano, che suole tuonare dal “Giornale di Vicenza”.

Recente sentenza sui docenti: “Una categoria che ogni giorno elabora giudizi di merito sugli allievi, ma che non è stata abituata a consentire che altri facciano lo stesso, che anzi non sa cosa voglia dire merito”, tanto per liquidare in una battuta demagogica la delicata questione della valutazione. E sulla scuola: “Oggi la scuola viene vista come un grande pachiderma, costoso e non si sa se efficiente ed efficace”. Credo che oggi più che mai non abbia senso l’ideologica difesa di categoria e l’arroccamento nelle proprie posizioni: tra gli insegnanti, come ovunque, ci sono di sicuro imboscati e fannulloni, ma molto meno di quanti si possa pensare. Se, infatti, la scuola dello Stato è sopravvissuta e va avanti, nonostante il carico di incuria, oltraggio, impoverimento cadutole addosso negli ultimi 10 anni, è proprio perché esistono molte persone capaci che continuano, nonostante tutto.

Credo quindi che un funzionario ministeriale che alimenta in maniera così imprudente la disistima per un’istituzione che è oggi l’unico luogo di cultura della cittadinanza attiva e critica manifesti non solo ignoranza, ma anche irresponsabilità. Per questo ho firmato la lettera che circola su Retescuole per chiedere a Profumo la rimozione della Stellacci. Tra tante volenterose ma inascoltate lettere aperte che girano in rete questa richiede un semplice atto di assunzione di responsabilità. Dopo la gaffe del tunnel del Gran Sasso si dimise il portavoce della Gelmini, Zennaro, salvo rimanere direttore generale del Miur. Non abbiamo dubbi che anche Stellacci avrebbe modo e mezzi per ricollocarsi adeguatamente.