Reduce da Sanremo (dove ha vinto il premio della critica), prossimo ad un tour che lo porterà in giro per tutta l’Italia (a Bologna il 19 aprile al Teatro delle Celebrazioni) e presente nei negozi di dischi con la sua ultima raccolta Psyco – 20 anni di canzoni. Con Samuele Bersani abbiamo parlato dei suoi recenti e futuri progetti, ma anche di società e politica, oltre che della scomparsa di Lucio Dalla. Il legame tra i due è stato fortissimo, fu proprio Dalla che nel 1991 lo scoprì e ci fece conoscere questo importante cantautore italiano. “Un padre, un maestro”, spiega Bersani, “L’ultimo ricordo che ho è che mi faceva “ok” mentre cantavo a Sanremo. Ha addirittura avuto l’umiltà – che ha sempre avuto nei miei confronti –  di venire davanti al palco mentre cantavo io. Un uomo che ascoltando una mia canzone mi ha cambiato il destino. E’ grazie a lui se ora sono qui a parlare con te.

Sulla sua pagina Facebook ha scritto: “Non potete immaginare la gioia che mi date coi vostri messaggi. Sanremo è una bolla di sapone. Senza di voi mi sentirei un pallone perso”. È davvero così alienante Sanremo?

Sì, rispecchia la realtà per cui lo è. Non è alienante tanto professionalmente quanto a livello di esperienza in generale. Al di là del cantare la tua canzone sul palco – che può sembrare e la fanno sembrare la cosa più stressante del mondo – a San Remo c’è una grande invadenza, è una para realtà. È alienante, ma può essere anche molto divertente, dipende come la prendi. È anche  la fiera di tutto quello che non c’entra niente con la musica, una specie di vetrina di se stessi. Non è però la cosa più alienante e strampalata della vita, io ho partecipato consapevole di tutto questo grande circo. É una bolla di sapone perché per una settimana non si parla d’altro, poi il lunedì la bolla viene uccisa dalla prima ditata o comunque muore naturalmente.

Secondo lei la musica ha bisogno di questo contorno per far parlare di sé?

Secondo me la musica, se parla, parla da sola. È chiaro che servono degli amplificatori, in questo senso sono importanti anche gli amplificatori umani. Tutto quello di cui si è parlato, dall’inizio del festival ad oggi, non ha toccato la musica e la scrittura dei testi ma il contorno. Un contorno che lì lo vedi in tre dimensioni; è il campionato di gente che si prende troppo sul serio.

Nel brano presentato a Sanremo canta di una scheggia di vetro che ferma un pallone perché contraria alla libera impresa.  Questa immagine può aderire alle difficoltà incontrata dal governo Monti (il pallone) nel realizzare le liberalizzazione in opposizione alle varie lobby (la scheggia)?

Mentre scrivevo quella strofa non immaginavo che dopo qualche mese avrebbe potuto essere  riferita al tema di cui si parla tanto in questi giorni, è anche vero che ogni giorno ci può essere una notizia che può essere affiancata ad un testo di una canzone . Il concetto di libera impresa di cui parlo nel testo è sicuramente metaforico. Nel momento in cui parlo di un pallone, la libera impresa è trovare la sua discesa in autonomia. Ma contestualizzandola alla realtà sociale ed economica penso che la libera impresa sia la libertà di poter far qualcosa, libertà negata al di là della burocrazia: chi ha un’idea è quasi sempre impossibilitato nella sua realizzazione. In questo senso la libertà è rappresentata dalla voglia di autonomia e indipendenza del pallone, che però viene negata: dopo tanta fatica, dopo aver superato tanti ostacoli, proprio quando la discesa era in vista, arriva una scheggia a forarlo.

Sempre su Facebook, il 15 ottobre scorso, scriveva: “Non confondere mai i ragazzi che pacificamente e costruttivamente protestano con quei bastardi teppisti distruttori pezzi di merda dei black block”. Recentemente in Grecia i manifestanti pacifici hanno solidarizzato con le frange più estreme; crede che questa divisione tra manifestanti cattivi e manifestanti buoni sia reale o creata ad arte?

Credo ci possa essere tanta provocazione costruita ad arte, ma ci sono anche degli spaccavetri, dei violenti. I veri pacifisti dovrebbero riunirsi tra loro più che giustificare i violenti. La violenza non va mai giustificata; né quella dei poliziotti né quella degli altri. Ci sono persone che vogliono manifestare e altre che vanno lì preparate allo scontro e allora, in alcune occasioni, si assiste ad accanimenti esagerati da parte di poliziotti che, per il lavoro che fanno, sono in quel momento l’esatto contrario dei loro coetanei manifestanti.

E in merito a quanto sta accadendo in Val di Susa?

É molto difficile rispondere, parliamo di gente che abita quei luoghi. Quando poi rifletto che ho passato tutta la vita a vedere la realtà in bilico tra voglia di modernizzazione e conservazione  – giusta – delle cose arrivo alla conclusione che, purtroppo ma inevitabilmente, da una parte o dall’altra qualcuno ci rimetterà. A me dispiace molto che cambi il paesaggio, il contesto in cui viviamo. A maggior ragione non mi piace si faccia una spesa del genere in un momento difficile come questo, e che si cerchi di risolvere il tutto in questo modo violento. Penso anche che la rabbia di quelli che abitano in Val di Susa possa essere senz’altro superiore a quella degli altri. Non possiamo capire la violenza che provano nel veder modificato il loro territorio.

La canzone “A Bologna” – critica nei confronti dell’assetto sociale e culturale del capoluogo dove vive – risale ormai a tre anni fa, la città usciva dalla gestione Cofferati ed entrava in quella Delbono; pensa che oggi le cose siano cambiate?

Nel periodo in cui cambiava la giunta vivevo fuori dall’Italia, e da quando sono tornato a Bologna mi sono ritirato a lavorare. Non ho molto il polso della situazione, al massimo ti posso dire che faccia ha il pakistano da cui vado a prender da mangiare…

Il nuovo tour comincia tra pochi giorni, quali sono le aspettative e quali le differenze rispetto al passato?

L’idea, visto che inizio ad avere un discreto repertorio, è di riuscire a fondere, ad accorpare, alcune canzoni; cosa che mai avrei pensato possibile agli inizi del mio percorso. La  dimensione sarà teatrale, il che non significa imbolsita ma, mi auguro, la più sincera e semplice possibile. Ho cambiato dei musicisti, e ho già un’idea di quali strumenti utilizzerò di più. L’impalcatura dello spettacolo è per ora solo nella mia mente,  parlarne di più vorrebbe dire fingere.

Psyco raccoglie 20 anni di musica. Come è cambiato sia musicalmente che individualmente in questi anni, le canzoni che ha scritto suonano sempre uguali al suo orecchio o si sono trasformate?

Io non mi ascolto mai, se non quando faccio tour o quando ho un concerto qua e là. Quando mi capita è come se avessi dimenticato: a volte mi accorgo dell’ingenuità e a volte dell’esatto contrario, è come se scoprissi di nuovo le canzoni; quindi le reinterpreto necessariamente in maniera diversa. In più, al di là delle canzoni, io sono cambiato ed è cambiato il mio modo di cantare, se ascolto Chicco e Spillo mi accorgo che la mia voce non è più quella di quando avevo ventun’anni.  Rispetto ad allora mi sono un po’ rasserenato, sono anche più disincantato – e questo lo dico anche con un po’ di dispiacere. La realtà circostante ci ha tradito, al di là delle professioni che facciamo. È ovvio che chi ha quindici anni vuole cambiare quello che gli sta  intorno e questo lo voglio anch’io, ma mi rendo conto che devo darmi degli schiaffi per non addormentarmi e non farmi fregare dalla realtà. È come uno che deve tornare a casa con la macchina e ha sonno, devi aprire il finestrino perché altrimenti son guai. Ci sono pochi momenti di aggregazione, quelli che ci sono sono a pagamento, e quelli liberi vengono contestati. Quando rivedo le mie foto da bambino – certo, consapevole della nostalgia – constatato come fosse meraviglioso e di come non ci siamo accorti di tutta quella bellezza.

Crede che il mestiere del musicista comporti meno assuefazione rispetto ad altri lavori?

Ha altri tipi di pesantezza, ma dà la possibilità di stare con la testa fra le nuvole.  E di questi tempi è un gran lusso.