Sta arrivando Benedetto XVI mentre voci difficili da smentire danno in partenza per Roma il cardinale Ortega protagonista nel riavvicinamento tra Chiesa e Raul Castro. In Vaticano lo aspetta la poltrona di prefetto di una commissione pontificia per “rafforzare l’appoggio alle organizzazioni cattoliche cubane”. Speranza bacchettata con durezza da Marco Rubio, senatore della Florida cresciuto alla corte di Jeb Bush, ex govermatore e fratello dell’ex presidente. Rubio è preoccupato per l’atteggiamento politico del cardinale.

“Ha negoziato la collaborazione del governo nell’organizzare la visita di Ratzinger. Come può chiedere alla polizia di buttar fuori dalla chiesa i fedeli che la occupano in preghiera per supplicare un breve incontro col Papa?”. 41 anni, Rubio è “il futuro dei repubblicani”. Bush ha chiesto a Romney di farne il suo vice nella corsa alla Casa Bianca. Intanto, alla vigilia della visita, Raul cambia due ministri e sostituisce il vicepresidente, José Ramon Fernandez, 88 anni, nella leggenda per aver respinto l’invasione della Baia dei Porci. I vecchi se ne vanno, spazio agli intellettuali del dialogo.

Due donne aspettano Benedetto XVI con impegno diverso: in silenzio o parlando. Tace Mariela Castro, figlia di Raul e direttrice del Centro di Educazione Sessuale. Il mese scorso ha guidato il gay pride nelle strade dell’Avana, in prima fila fra i protagonisti che invocano il matrimonio omosessuale. A dire il vero la legge proposta da Mariela non parla di matrimonio: prevede il riconoscimento civile delle unioni con possibilità di adozione. Per rispetto all’ospite dalle idee diverse fa sapere che il silenzio è cominciato 15 giorni prima e finirà 15 giorni dopo la partenza del Papa quando l’Assemblea discuterà e approverà. Mariela racconta di aver evitato l’immagine di figlia di e nipote di. Lo ha ripetuto in Italia, alla Fiera del libro di Bologna dove ha presentato un manuale di consigli per adolescenti, saggio tradotto da Bianca Pitzorno, scrittrice di libri per ragazzi.

L’Italia le piace: ha frequentato l’Università di Parma, siciliano il secondo marito, fotografo incontrato all’Avana. Se la politica non è la vocazione, la formazione scientifica è cresciuta sotto una cupola di privilegio. E non sopporta chi non è d’accordo. Ha licenziato la collaboratrice preferita (Wendy Iriepa, bellissima transessuale) quando ha saputo del suo legame con un dissidente “fastidioso”. La sua storia e la storia sociale della rivoluzione coincidono, ne scioglie le speranze impallidite fra le pieghe degli argomenti che le sono consueti. Invitata a una conferenza ad Amsterdam (lotta all’omofobia e dignità delle donne) dopo aver visitato il quartiere rosso delle ragazze in vetrina, spiega su Twitter la differenza tra le schiave sindacalizzate olandesi e le jineteras che battono sul Malecon. Le prime, vittime di una società disumana; le seconde fanno il mestiere per riparare il bagno che si è rotto, ma appena il bagno funziona tornano alla normalità.

E su Twitter le risponde Yoani Sanchez: mai come in questi giorni parla e scrive. Bloguera tradotta anche in Italia, premiata in ogni paese, rimprovera a Mariela di proporre solo “un dibattito parziale” su omofobia e diritti degli omosessuali “e non discutere dei diritti negati a chi non può uscire dal paese. Racconta di suo figlio che per iscriversi alle superiori deve pronunciarsi sulle scelte ideologiche”. Vecchie polemiche dei soliti guastatori, risponde Mariela “Devi studiare per capire”. E Yoani ribatte duro. “Due principesse che si scontrano comodamente su Twitter”, commenta Zoe Valdes, scrittrice dissidente. All’Avana guardano Yoani con diffidenza scrittori e intellettuali che non vanno d’accordo con Castro ma trovano “che le notizie non pastorizzate della signora mai sfiorano la struttura all’origine dell’infelicità del paese. Cronache minori, superficiali, quasi una modanità alla rovescia: miseria, scioperi della fame da ingigantire, nessuna una critica che vada al cuore del sistema. Radio Marty ripete da 30 anni le stesse cose. Informazioni anonime ormai senza emozioni. L’idea vincente è l’aver dato un volto e un nome a ogni notizia che graffia ma non ferisce”.

La chiamo: sta scappando per raccogliere le voci di chi comincia lo sciopero della fame. “Ci sentiamo alle 8, stasera”. Alle 8 risponde Reinaldo Escobar compagno di Yoani, 60 anni, mulatto. “Sono l’organizzatore degli appuntamenti. Di solito chiediamo 3 giorni di anticipo”. Fissa l’appuntamento nella cafeteria dell’Habana Libre, angolo della vetrata che si affaccia all’incrocio di due strade: più visibili di così, impossibile. Ma il mattino dopo Yoani sta inseguendo un’altra emergenza. Chi le rimprovera protagonismo e superficialità in parte ha ragione, ma resta il sospetto di piccole invidie di dissidenti che sospirano nell’ombra.

Raccontando dello show della parrucca bionda. Con gesto teatrale se la toglie quando le passano il microfono a una conferenza: “Sono Yoani, devo travestirmi così per far sentire la mia voce”, e intanto filma le facce di chi l’ascolta mentre denuncia aggressioni e il pericolo di una vita perseguitata. Una ricercatrice universitaria la incontra a cena nella residenza dell’incaricato d’affari degli Usa, anni di Bush. Michael Pamly è un ambasciatore sottile, pupillo di Condoleeza Rice. La ricercatrice ha l’impressione che Yoani sia di casa. Non solo: ma che gli 007 del regime la lascino andare e venire per capire chi incontra.

A parte premi e celebrazioni, è utile l’informazione che Yoani distribuisce liberamente nel mondo? È utile. La grande cronaca è anche un mosaico di piccole cose. A chi servono e perché, è un’altra storia.

Il Fatto Quotidiano, 24 Marzo 2012