Camera, Documento di Economia e finanza (Def). Nella foto, Pierluigi Bersani

Alle radici del problema. Montecitorio, ieri pomeriggio. In aula c’è il voto finale per il decreto sulle liberalizzazioni. Tra il Transatlantico e il cortile i deputati del Pd sfogano rabbia e amarezza. L’imputato numero uno è il capo dello Stato. Nelle conversazioni tra democratici non filomontiani prevale lo sconcerto per il pressing del Colle sull’articolo 18, il grimaldello ideologico usato per far saltare il Pd. Per un decennio il nocciolo duro dei riformisti di sinistra (a turno sia D’Alema sia Veltroni) ha battuto invano questa strada per liberarsi da massimalisti e Cgil. Poi, finalmente, l’avvento del governo di Mario Monti sotto l’ombrello del Quirinale ha dato un contenitore a queste spinte della sinistra che fa la destra. Di qui la nascita del partito montiano, embrione di quello che potrà essere l’inciucione permanente o la Grande Coalizione dopo le politiche del 2013. Nel Pd, la ‘cellula’ del Professore è guidata da Enrico Letta, nipote d’arte (suo zio è Gianni) e, non a caso, interlocutore prediletto del capo dello Stato dall’inizio dell’era sobria dei tecnici.

Fu proprio Letta, nel novembre scorso, a sentenziare: “Il governo Monti è l’atto fondativo del Pd”. E aggiunge l’amico Pier Ferdinando Casini, altro entusiasta del nuovo premier: “Dopo Monti nulla sarà come prima”. Da subito la linea di confine per far esplodere le contraddizioni del Pd è stato l’articolo 18. Un’offensiva portata avanti da Monti, dalla Fornero e dallo stesso Napolitano, cui si sono accodati i montiani del Pd. Oltre Letta (e il suo fedelissimo Francesco Boccia), i veltroniani, gli ex dc di Beppe Fioroni, l’ex ministro Paolo Gentiloni. Da un altro capannello democrat di Montecitorio, sempre ieri pomeriggio: “Se si va allo scontro e si vota in aula, tre quarti del partito dirà no al governo, i montiani sono in minoranza”. Il sospetto della “premeditazione” sta agitando da ore il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che a tutti ripete: “I patti non erano questi”. In pratica, per tenere tutti insieme, promettendo anche il sì della Cgil di Susanna Camusso, nell’ultimo vertice di maggioranza a Palazzo Chigi (quello della foto coi tre leader seduti: Alfano, Casini, Bersani) il Pd aveva fatto un accordo sulla manutenzione “tedesca” dell’articolo 18. Invece, è arrivata la sorpresa su cui il Pdl di Alfano ha attaccato con violenza l’alleato Bersani: “Se vogliono la riforma Camusso-Fiom devono vincere le elezioni. Noi andiamo avanti anche con il veto della Cgil. Napolitano è l’uomo delle riforme”.

In senso opposto, l’avvertimento di Nichi Vendola di Sel a Bersani, per non strappare del tutto la foto di Vasto (il centrosinistra Pd-Idv-Sel): “Sull’articolo 18 si gioca la natura della coalizione”. Anche per questo, almeno per rinviare il big bang del Pd, Bersani sta giocando il tutto per tutto con la richiesta di una legge delega per correggere in senso tedesco la riforma dell’articolo 18, tornando quindi all’accordo di Palazzo Chigi. L’ultimo tentativo ha per il momento frenato il partito montiano del Pd, da Letta a Veltroni. Quest’ultimo, ieri al Tg 3, si è espresso nella direzione bersaniana: “No al decreto, è necessaria una correzione. Monti non può dire al Pd ‘prendere o lasciare’”. E il voto del Pd sarà unitario”. Insomma, per il momento, sembra scongiurato il pericolo di una spaccatura visibile in Parlamento o addirittura di una scissione, mettendo a rischio la tenuta del governo visto che anche Lega (Bossi: “L’articolo 18 non si tocca”) e Italia dei Valori sono contrari. E Bersani in serata ha detto: “Il Parlamento può fare delle correzioni ma non è il caso di staccare la spina”.

Accanto all’articolo 18, c’è un altro banco di prova decisivo per la convivenza difficile se non impossibile nel Pd tra montiani e neosocialdemocratici o laburisti (magari favorevoli a un ingresso di Vendola o una fusione con Sel): la legge elettorale. Il retropensiero di lettiani e veltroniani, in particolare dei primi, è che Bersani si batta per il mantenimento del Porcellum (da correggere con le primarie per i “nominati), l’unica garanzia che avrebbe per correre da candidato-premier a nome della foto di Vasto. Al contrario, i montiani puntano sul sistema tedesco (mani libere prima delle elezioni e coalizione da stabilire dopo) per capire quale contenitore allestire con i riformisti degli altri poli. La chiamano già “Nuova Cosa”, propedeutica alla Grande Coalizione. I contatti con gli altri montiani sono quotidiani: con Casini, ovviamente, e poi con la pattuglia riformista del Pdl: Lupi, Frattini, Fitto, Scajola. Ma il vero azionista, da destra, del partito montiano potrebbe essere proprio lui, il Cavaliere. Consigliato come al solito da Gianni Letta. Tutto torna.