L’attaccante  Simone Pepe della Juventus, quando segna un gol (di rado…) si avvicina alla bandierina del calcio d’angolo e mima il gesto di un golfista che va in buca. E tutti capiscono quel gesto.

Il golf ormai è tra noi e la gente alla domanda cos’è il green dubita se sia il colore verde od il campo da golf. Il golf dilaga ma non poi troppo se secondo l’ex ministro rosso (di capelli, s’intende) Brambilla lo Stato doveva farsi carico di aumentare simbolicamente la forbice fra chi non ha e chi ha nel nostro paese, alimentando appunto la creazione di nuovi campi da golf. Perché il golf, giusto per chi non lo sapesse, non è propriamente uno sport da cassintegrati, a meno che non si facciano assumere come guardiani in nero.

Dicevo che il golf si espande, e se non lo pratichi non sei à la page. Degli ultimi 17 presidenti USA  ben 14 sono i golfisti (Obama incluso), Sarkozy è golfista, Tiger Woods è popolare come se non di più di Roger Federer o Valentino Rossi. Ed anche la mano da Hall of Fame di Matt Damon impugna abitualmente le mazze da golf. Clint Eastwood infine un campo se l’è persino comprato, lui che può.

Ma non ce l’ho tanto per il fatto che il golf puzza lontano un miglio di upper class. Anche. Ma non solo. Ce l’ho perché distrugge l’ambiente naturale. Creando un paesaggio da fiaba dove ti aspetteresti di veder correre spensieratamente Biancaneve coi sette nani, anziché trotterellare caddies ad energia elettrica.

Sotto una coltre di apparente asetticità i campi da golf nascondono però sorprese da far impallidire chi ha a cuore le sorti dell’ambiente. Vediamo un po’ di dati:

1)      un campo da golf da 18 buche snaturalizza una porzione di terreno pari a circa 250.000 mq;

2)      ogni campo da golf a 18 buche, secondo stime dell’Associazione Europea del Golf, consuma in media 2.000 metri cubi di acqua al giorno (notare che in Sardegna, ormai terra votata al  golf, come si direbbe oggi, l’acqua spesso d’estate viene razionata e secondo l’ISTAT le perdite d’acqua degli acquedotti ammontano a circa l’80% del trasportato);

3)      il Journal of Pesticides Reform afferma invece che sono necessari negli USA 750 chili per anno di pesticidi per un campo sempre da 18 buche per poter mantenere l’uniformità del tappeto erboso. L’alternativa pare esserci anche qui, il biotech, su cui si è gettata la Monsanto.

Tutti questi dati li trovate sul sito del mio amico Andrea Atzori del Global Antigolf Movement.

Ma i guai del golf non finiscono qui: ricordiamoci che siamo in Italia, paese del cemento. Volete che basti ai nostri rampanti palazzinari realizzare solo la club house collegata al campo? Eh, no, cari miei. Col campo sorgeranno le villette con vista sul parco, a prezzi ovviamente adeguati.

Ho seguito ahimé tante vicende di realizzazione di campi di golf e mai, dico mai, un progetto è stato presentato senza la ciliegina delle villette sulla verde torta. E del resto, se in Italia si continua a costruire campi, nonostante la più bassa percentuale europea praticanti/campi, la ragione risiede proprio qui: il campo come cavallo di troia per le lottizzazioni. Secondo la solita logica che l’importante è fare, costruire, realizzare, erigere, innalzare, valorizzare. E poi? E poi chissenefrega.