Sull’agguato ad Alberto Musy indagano “a 360 gradi” e in questo spazio è compresa un’ipotesi nuova: lo scambio di persona. Il consigliere comunale del Terzo Polo a Torino potrebbe non essere il bersaglio dell’uomo che, alle otto di mercoledì 21 marzo, ha scaricato la sua pistola calibro 38 su di lui. “Le prime indagini portano a dire che non si può escludere nulla, ma ad oggi la pista meno probabile sembra proprio quella politica”, ha affermato questa mattina il procuratore capo Giancarlo Caselli. Ci si è arrivati un po’ per esclusione, un po’ per alcune anomalie.

La vita privata di Musy, quella politica e quella da avvocato esperto in diritto societario sono le piste vagliate e da cui per il momento non è emerso nulla di rilevante. I rumor che circolavano mercoledì sono caduti. Nella sua carriera da consigliere comunale, cominciata da meno di un anno nelle file dell’Udc, non risultano azioni che potrebbero aver infastidito qualcuno al punto da scatenare una reazione così violenta. Dopo un controllo nello studio legale “Musy, Conte&Associati”, sentiti i colleghi, i dipendenti e dopo aver controllato i fascicoli più importanti, due clienti sono stati inizialmente sospettati, ma hanno degli alibi. Mentre si continua a seguire questi ambiti, si scava anche sulle anomalie dell’agguato e l’ipotesi che Musy abbia colto di sorpresa qualcuno che non era lì per lui.

Musy, dopo aver accompagnato le tre figlie a scuola, avrebbe avuto la sfortuna di tornare a casa per recuperare un tablet proprio nel momento in cui l’uomo, una persona con soprabito scuro e casco integrale bianco in testa, stava aspettando qualcun altro. Colto di sorpresa l’uomo ha sparato alcuni colpi nel cortile che hanno raggiunto Musy al braccio destro, uscendo e rientrando nel torace. Il politico sarebbe scappato nell’androne e qui sarebbe stato raggiunto da un altro colpo alla scapola sinistra, motivo per cui avrebbe detto alla moglie: “Mi ha seguito”. Ma chi poteva mai aspettare l’uomo col casco bianco e l’impermeabile scuro? La risposta è affidata agli uomini della questura e della procura, che si stanno focalizzando sugli abitanti degli appartamenti di via Barbaroux 35, dove ieri Caselli, col procuratore aggiunto Sandro Ausiello e il pm Roberto Furlan hanno fatto una visita.

Ad aprire il portone al responsabile è stato un inquilino del palazzo nel Quadrilatero Romano, Niccolò Manassero, classe 1977, archeologo. L’attentatore ha suonato al suo campanello: “C’è un pacco per lei”. Lo ha visto dal videocitofono: l’uomo col casco gli ha mostrato una confezione. Il trentacinquenne ha aperto il portone, si è vestito ed è sceso, trovandosi poi di fronte alla scena. Ieri l’archeologo, come altri vicini, è stato interrogato dagli uomini della questura di Torino, quelli della squadra mobile guidati da Luigi Silipo e quelli della Digos di Giuseppe Petronzi. Perché l’uomo col casco avrebbe suonato proprio a lui dicendo di avere un pacco da consegnare, anziché usare una scusa più generica per entrare nel cortile? Era lì per lui o per altri?

Il quotidiano locale “Torino Cronaca” ha azzardato anche un’ulteriore ipotesi. Allo stesso civico abita anche don Augusto Negri, direttore del centro diocesano “Federico Peirone”, impegnato nel dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani. Tuttavia gli inquirenti non hanno ancora esplorato questo filone.

Nel frattempo le condizioni di Musy restano gravi. È ancora in coma farmacologico, indotto per limitare l’attività cerebrale: “Nei primi giorni le condizioni sono instabili e il supporto farmacologico serve a mantenere i valori stabili. In questi casi è difficile essere precisi prima di sette giorni, ogni informazione prematura non sarebbe attendibile”, ha detto Mario Illengo, responsabile della Neurorianimazione dell’ospedale Molinette. Nel bollettino medico diramato stamane si legge che “nelle ultime 24 ore le condizioni neurologiche rimangono stabili perdurando la loro gravità. Si continua il controllo quotidiano delle lesioni tramite tac ed elettroencefalogramma e la valutazione della pressione intracranica”.