È passato più di un mese da quando il ministro dell’istruzione ha presentato l’agenda digitale del governo. Nei 45 giorni trascorsi dalla presentazione nessuno, o quasi, si è azzardato a criticare la “vision” di Francesco Profumo sulle infrastrutture tecnologiche. Secondo il ministro, la priorità sarebbe quella di continuare a usare il doppino di rame per eliminare il digital divide che taglia fuori il 6% della popolazione dall’accesso alla Rete e, solo in un secondo momento, puntare alla fibra. A corollario della tesi tante belle parole come “azione democratica” e “coinvolgimento di tutti”. Insomma: aria fritta sparsa da chi non sa assolutamente nulla delle esigenze di chi, con Internet, deve (o dovrebbe) lavorarci.

L’equivoco nasce dalla suggestiva idea di “portare la banda larga a tutti”. Perché quella che governanti e pseudo-esperti si ostinano a chiamare “banda larga”, in Italia è rappresentata dalla solita Adsl. Una tecnologia “furba“, che permette di sfruttare i vecchi doppini di rame per avere collegamenti veloci senza dover sostituire il rame con la fibra, ma una tecnologia ormai vetusta. Il problema dell’Adsl è tutto racchiuso nella “A” del suo acronimo, che significa “asimmetrica”. In soldoni si tratta di una tecnologia che permette buone prestazioni in download (fino a decine di Megabit al secondo) ma che “strozza” l’upload, ovvero le trasmissioni in uscita. La “banda larga” all’italiana è perfetta per guardare un video su YouTube, scaricare film e musica, navigare sul Web o guardarsi una partita in streaming sganciando qualche euro a un qualche fornitore di telefonia.

Ma chi con Internet ci vuole lavorare? Se si provano a trasferire documenti “pesanti” dal proprio computer, si precipita immediatamente nel medioevo tecnologico. Adsl offre una banda massima teorica in upload di 1 megabit. Facendo quattro conti, questo significa che per inviare a qualcuno il contenuto di un Dvd si impiegherebbe una decina di ore. Il condizionale è d’obbligo, visto che le disastrate condizioni della rete telefonica nel famigerato “ultimo miglio” abbatte il valore teorico a uno reale di poche centinaia di kilobit. Se abitate in una città che non ha rete in fibra ottica scordatevi quindi di lavorare come professionisti nel settore dei multimedia, scordatevi di collaborare con l’estero o anche solo di smettere i panni di pendolari per accedere al telelavoro. Le cose cambiano un po’ per le grandi aziende, ma non tanto.

Il “governo tecnico”, però, non vede la soluzione di questo disastro infrastrutturale come una priorità. Mentre la Corea del Sud sta portando la rete Gigabit (1000 Megabit) in tutte le case, in Italia i soldi che servirebbero per cablare il paese vengono utilizzati per opere (in)utili come la Tav Torino-Lione, col risultato che ci vorrà meno tempo per portare a mano un Dvd a Parigi sui semivuoti (e costosissimi) treni ad alta velocità che solcheranno la Val di Susa piuttosto che trasferirlo via Internet con un clic.

E il 4G? La nuova generazione di trasmissioni wireless, oltre a portare nelle casse del governo qualche euro, permetterà di caricare a 50 Mbit al secondo: un ventesimo della velocità con cui si collegano i nostri amici coreani. Sempre che la linea 4G non sia intasata da chi sta guardando la partita sull’iPhone.