La prima volta che ho incontrato Tonino, 20 anni fa, avevo 17 anni. Mio padre preparava con lui un numero speciale di Airone, il mensile di natura e civiltà della Giorgio Mondadori che all’epoca dirigeva.  Era un numero dedicato alla Valmarecchia, territorio a cavallo tra Marche e Romagna i cui paesaggi ispirarono i grandi artisti del Rinascimento italiano e in cui Tonino aveva costruito il proprio nido poetico dopo aver lasciato Roma nel 1984, in cerca di un luogo che alimentasse la sua fame continua di bellezza.

A convincerlo a lasciare Cinecittà ma anche la nativa Santarcangelo di Romagna era stato Gianni, il famoso Gianni dello spot Unieuro. Un personaggio senza tempo, allora barbiere del borgo marchigiano (Pennabilli è passata alla provincia di Rimini nel 2009) che ebbe una intuizione formidabile: trasformare la valle grazie alla regia di un poeta, all’arte di Tonino. E così fece, per quasi 30 anni. Quei due, insieme, hanno seminato tra le pietre e i mandorli della Valmarecchia tappeti di mosaico, alberi d’acqua, orti dei frutti dimenticati e musei con un quadro solo.

Hanno costruito quelli che Tonino chiamava i luoghi dell’anima e contaminato la cultura locale con blitz di artisti provenienti da ogni parte del mondo. Hanno creato giardini di pietra e rilanciato il nome del Montefeltro fino in Tibet. Persino il Dalai Lama (due volte in visita a Pennabilli, paese di origine di Orazio Olivieri, monaco che nel XVIII secolo si spinse fino a Lhasa e scrisse il primo Dizionario italo-tibetano) è stato travolto dalla loro poetica energia. Insieme, Tonino e Gianni, erano una potenza. Erano l’ottimismo dell’arte, della cultura, della bellezza. Gianni, da ieri, è rimasto senza Tonino. Nella sua Pennabilli vivificata dal poeta, proprio come lui aveva intuito trent’anni prima.

La cosa che mi stupisce, tra i commentatori dell’ultimo minuto, è l’allusione contro “il poeta che ha ceduto alla pubblicità”. Tonino ha vissuto per tutta la vita del proprio lavoro. Era un artista completo: scriveva, dipingeva, disegnava oggetti e fontane e monumenti (l’ultimo sarà inaugurato il mese prossimo a Cesenatico: la Cattedrale delle foglie). Aveva un mondo, intorno, che si nutriva non solo della sua creatività ma anche, più prosaicamente, del suo sostegno economico.

Decine, centinaia di giovani artisti provenivano dalle lande più remote dell’ex Unione Sovietica per chiedere consigli al maestro che avevano imparato a conoscere dopo che Tonino fece il suo ingresso nella cultura russa sposando una delle più promettenti sceneggiatrici della MosFilm, Lora Kreindlina, all’inizio degli anni Settanta. Tonino amava e aiutava i giovani. E non ha mai pesato sulle tasche dei contribuenti italiani con uno strumento pur legittimo, spesso utilizzato da poeti, scrittori e uomini dello spettacolo, come quello della legge Bacchelli. Insomma, per uno che con Amarcord , ancora oggi programmato in tutte le televisioni del mondo, prese solo e una tantum 4 milioni delle vecchie lire, lo spot Unieuro ha rappresentato un’importante fonte di autonomia e la possibilità di continuare a nutrire un mondo straordinario.

Tonino ha lasciato un patrimonio immenso. 120 film, decine di libri, romanzi, raccolte di poesie, di favole. Il suo primo e storico editore, Bompiani, proprio in questi giorni ha pubblicato l’ultima raccolta. Polvere di sole, l’aveva chiamata, “101 storie per accendere l’umanità”. E il poeta ha aspettato di stringere la sua copia staffetta tra le mani, prima di liberarsi del proprio corpo. Prima di tornare a guardare il mondo con quei suoi occhietti appuntiti, luminosi, finalmente leggero nella sua polvere di sole.