“L’Acquedotto Pugliese non può diventare pubblico”. O quantomeno, non può essere la Regione a deciderlo. Così ha stabilito la Corte Costituzionale, che ha bocciato la legge regionale con la quale la Giunta guidata da Nichi Vendola aveva trasformato in azienda pubblica l’Aqp spa. Normativa approvata dal Consiglio pugliese all’inizio dell’estate scorsa ma prontamente impugnata dal governo Berlusconi, su proposta dell’allora ministro Raffaele Fitto, perché ritenuta in contrasto con quelle che sono le competenze della Regione.

La Consulta, con una sentenza depositata ieri in Cancelleria, ha dato ragione praticamente a tutti i rilievi mossi dal Consiglio dei Ministri. A partire da quello relativo all’articolo 2 comma 1 della normativa regionale. “Il servizio idrico integrato della Puglia è affidato a un’azienda pubblica regionale che realizza la parte prevalente della propria attività con l’ente pubblico che la controlla (…)”, così recita la disposizione abrogata. La Corte è d’accordo con l’avvocatura dello Stato nel ritenere che in questo caso la Giunta ha legiferato in materie (la tutela della concorrenza e dell’ambiente) assegnate al Governo centrale dall’articolo 117 secondo comma, lettere e ed s.

La legge regionale, infatti, affidava direttamente la gestione del Servizio idrico integrato ad uno specifico ente regionale, mentre invece la legge nazionale stabilisce che le regioni devono limitarsi a individuare con legge gli enti e gli organi ai quali devolvere le funzioni “ferma restando la competenza legislativa esclusiva statale ad individuare le suddette funzioni ed a disciplinarne l’esercizio”. E a nulla sono serviti i tentativi dell’avvocatura regionale di provare a dare un’interpretazione conforme al dettato costituzionale: secondo la Consulta, il significato della legge è inequivocabile.

Così come inequivocabile è la decisione della Corte di bocciare anche l’articolo 5 della legge di ripubblicizzazione. Disposizione che istituisce l’azienda pubblica regionale Acquedetto pugliese, soggetto di diritto pubblico che “subentra nel patrimonio e in tutti i rapporti attivi e passivi dell’Aqp spa”. Quest’ultima società per azioni è stata istituita con un decreto legislativo del Governo D’Alema nel 1999 ed è destinata ad operare fino al 31 dicembre 2018. A parere dell’avvocatura dello Stato, che anche in questo caso trova l’appoggio della Consulta, la legge regionale rende priva di funzioni l’Aqp spa, pur non prevedendone l’estinzione. Così facendo, la Giunta guidata da Vendola fa perdere di efficacia il decreto legislativo del 1999, intervenendo ancora una volta in materie riservate alla sfera di competenza legislativa esclusiva dello Stato.

Infine c’è la questione legata al personale. Secondo il Governo, viola ben tre articoli della Costituzione, tra cui addirittura il principio di ragionevolezza riconosciuto dall’articolo 3 della Costituzione. La disposizione impugnata, infatti, prevedeva il transito automatico dei dipendenti attualmente in servizio presso l’Aqp spa nell’organico della nuova azienda regionale. Anche qui i giudici costituzionali concordano con l’avvocato dello Stato: non è possibile il passaggio di personale da un ente di diritto privato ad un ente pubblico senza una selezione pubblica mediante concorso. “Una palese deroga – si legge sulla sentenza – al principio del concorso pubblico, che non trova alcuna peculiare e straordinaria ragione giustificatrice tanto da risolversi in un privilegio indebito per i soggetti che possono beneficiare della norma impugnata”.

Così è tramontata l’intenzione di Nichi Vendola, e dell’assessore alle Opere Pubbliche Fabiano Amati, di tornare alla gestione pubblica a tutti gli effetti del servizio idrico, che oggi è nelle mani di una società per azioni pur controllata dalla Regione. Proprio l’assessore, in una nota diramata dall’ufficio stampa della Regione, si è detto dispiaciuto della decisione della Consulta e si è anche voluto scusare con i comitati di cittadini che avevano comunque contestato la legge (mai applicata concretamente, proprio in attesa della decisione della Corte) perché da loro ritenuta ancora insufficiente. “L’asprezza che qualche volta dovetti manifestare nel respingere le plurime richieste di modifica alla legge – afferma l’assessore – era dovuta solo alla consapevolezza che il passaggio dinanzi alla Corte costituzionale non sarebbe stato facile”.