«Il Comitato nazionale per la restaurazione della democrazia e dello stato ha deciso di assumersi la responsabilità di mettere fine al regime incompetente di Amadou Toumani Toure». Con queste parole trasmesse in un video della tv pubblica, un gruppo di militari golpisti ha annunciato ai cittadini del Mali che la ribellione iniziata mercoledì si è conclusa con la presa del palazzo presidenziale e della tv. Un colpo di stato «classico», insomma, causato, secondo i militari dal fatto che il governo non concedeva loro abbastanza potere per contrastare la rivolta armata lanciata dai Tuareg del nord del Mali alcune settimane fa. A parlare davanti le telecamere il tenente Amadou Konare, nominato portavoce del Cnrdr.

Konare ha anche spiegato che i militari hanno imposto un coprifuoco generale «fino a nuovo ordine» e ha invitato la popolazione a mantenere la calma ed evitare ogni atto di saccheggio e disordine. Nel video, è comparso anche il capitano Amadou Sanogo, indicato come presidente del Cnrdr. Nel loro comunicato, gli ufficiali ammutinati hanno accusato il presidente deposto di non aver fatto abbastanza per combattere «il terrorismo».

Nella capitale Bamako si sono sentiti colpi di arma da fuoco e mitragliatrici pesanti tra mercoledì notte e giovedì mattina e alcuni ministri del governo sarebbero agli arresti, secondo quanto scrive la Bbc. Un testimone citato dall’agenzia Misna, racconta di una capitale deserta, attraversata solo da veicoli militari, e silenziosa, salvo che per gli spari in diverse zone, in particolare attorno all’aeroporto.

Non è chiaro invece cosa sia successo al presidente. Secondo l’Agence France Press, i militari non sarebbero riusciti a catturare Toure che sarebbe «in un luogo sicuro e in salute». L’Afp cita una fonte militare vicina al presidente, che non precisa se Toure si trovi in Mali o all’estero. Nonostante il proclama del Cnrdr, dunque, la situazione è tutt’altro che chiara. Non tutto l’esercito, infatti, sembra passato dalla parte dei ribelli, in particolare le truppe d’élite, i Berretti rossi, potrebbero essere ancora fedeli al presidente.

Dure e corali le condanne arrivate dall’estero. Ecowas, la Comunità economica dell’Africa occidentale, ha deplorato «con forza le azioni incaute e irresponsabili» dei golpisti, ricordando loro la «tolleranza zero» verso ogni forma illegale di presa del potere. Non dissimili le parole dell’Unione Africana, il cui presidente della Commissione, Jean Ping, ha condannato le «riprovevoli azioni compiute da alcuni militari del Mali». L’Unione europea, attraverso una dichiarazione di Catherine Ashton, capo della diplomazia di Bruxelles, ha criticato «la sospensione della Costituzione» e chiesto «il più rapido ritorno possibile al potere istituzionale». Particolarmente importante è la posizione di Parigi, che in Mali ha molti interessi diretti come ex potenza coloniale e mantiene importanti legami anche con l’esercito: «Teniamo al rispetto delle regole democratiche e costituzionali – ha detto il ministro degli esteri francese Alain Juppe – chiediamo il ritorno all’ordine costituzionale nel minor tempo possibile ed elezioni da tenersi al più presto».

Le elezioni politiche, in effetti, erano previste per il mese di aprile e il presidente Toure, aveva già annunciato che non si sarebbe ricandidato. Toure era diventato presidente nel 1991, con un colpo di stato contro il suo predecessore Traore (che era al potere dal 1968, sempre dopo un golpe), ma aveva poi rinunciato a candidarsi alle successive elezioni democratiche, tenute l’anno seguente dopo l’approvazione di una nuova costituzione. Taore aveva deciso di tornare sulla scena politica nel 2002 e aveva vinto le presidenziali con il 64 per cento dei voti. Alle elezioni successive, valutate sufficientemente libere e leali dagli osservatori internazionali, nel 2007, era stato riconfermato con il 71 per cento dei consensi.

Nonostante questo consenso diffuso e una carriera politica di prestigio nel corso degli anni novanta, lo scoppio della ribellione Tuareg nel nord del paese negli ultimi mesi del 2011 ha creato una spaccatura tra il presidente e una parte dell’esercito, soprattutto le unità schierate nel nord del paese, che hanno accusato il governo di non ricevere abbastanza rifornimenti e armi per combattere efficacemente la ribellione, alimentata, secondo i militari, dagli ex mercenari assoldati da Gheddafi. I combattimenti hanno causato l’esodo di almeno 200mila persone, secondo l’Onu, e hanno dimostrato che il governo di Bamako non ha il pieno controllo su ampie zone del paese, dove, secondo alcuni analisti, sono attive anche cellule di Al Qaeda nel Sahel. Per quanto i legami tra la galassia jihadista e la ribellione Tuareg siano tutt’altro che certi, i militari hanno usato nel loro comunicato proprio l’argomento «terrorismo» per giustificare la propria ribellione e cercare di conquistare un consenso internazionale che però appare piuttosto improbabile.

di Joseph Zarlingo