La cravatta rossa, anzichè il classico blu bocconiano, alla fine è l’unica vera concessione di Mario Monti alla Cgil. Il lungo negoziato sul lavoro si è chiuso ieri lasciando sul campo molte vittime. Le prime, un po ’ a sorpresa, sono le ambizioni iniziali del governo.

Flashback: novembre 2011, Monti è appena arrivato a palazzo Chigi. Pietro Ichino, senatore del Pd, gongola nei corridoi del Senato perché il premier, nel suo discorso di insediamento, ha fatto suoi i principi della riforma che il giuslavorista predica da anni. I nuovi assunti devono essere tutti a tempo indeterminato ma licenzia-bili con facilità, accompagnati nelle fasi transitorie da sussidi pagati dalle imprese. Per questo bisogna superare il tabù dell’articolo 18, che finora aveva paralizzato tutte le riforme. “La riforma del lavoro arriverà entro la fine di marzo e ci ispireremo al modello della flexsecurity adottato nei paesi del Nord Europa”, dice il premier nella famosa puntata di Matrix sulla monotonia del posto fisso.

Marzo 2012: alla vigilia del viaggio (auto) promozionale in Asia, per vendere Btp e attirare investimenti, Monti ha bisogno di un successo. Il modello Ichino è stato archiviato da quel pezzo, le imprese non vogliono farsi carico di maggiori oneri per gli ammortizzatori, il ministro Elsa Fornero ha capito subito (ma dopo un paio di improvvide dichiarazioni) che non ci sono soldi per il reddito di cittadinanza. E allora bisogna ridimensionare le ambizioni, tutti i partecipanti al negoziato sanno che non ci sono le condizioni per una rivoluzione, per scardinare l’”aprtheid” tra garantiti e non garantiti. L’obiettivo cambia in corsa, si punta all’immagine: il 7 febbraio il più filogovernativo dei giornali, la Repubblica, cita imprecisate stime governative secondo cui lo scalpo dell’articolo 18 vale 200 punti di spread. La riforma diventa più un messaggio per i mercati che un intervento profondo, la riforma degli ammortizzatori va rinviata e annacquata perché costa troppo (nessuno ha ancora spiegato da dove arriveranno i 2 miliardi che servono per gli interventi minimi).

Ai mercati non piacciono i compromessi al ribasso, se lo scopo è dimostrare che si fa sul serio, meglio accompagnare la riforma con le proteste della Cgil. E infatti Susanna Camusso, in conferenza stampa, annuncia: “Siamo nella stagione in cui dobbiamo decidere la mobilitazione”. Ma anche questa linea minima-lista, per Monti comportava dei rischi: il Pd, con Pier Luigi Bersani, aveva detto in tutti i modi che per i democratici sarebbe un problema votare una riforma non condivisa dall Cgil. “Se fallisce il tavolo, liberi tutti”, ha bluffato. Monti non gli ha creduto. E ha architettato uno stratagemma per non umiliare il segretario del Pd: la riforma non è un testo sotto cui i sindacati devono mettere la firma, ma una raccolta di pareri, una proposta da sottoporre al Parlamento che è sovrano e decide. Niente testo, niente strappo. E adesso il Partito democratico che fa? Discute alla Camera una riforma contro cui la Camusso scende in piazza? Fulmineo il supermontiano Enrico Letta, vicesegretario del Pd, dichiara alle agenzie: “Lavoreremo ancora fino alla fine per soluzioni più condivise, ma il nostro voto favorevole, pur con tanti distinguo, non può essere messo in discussione”. I democratici ingoieranno anche questa. Interviene anche Bersani che commenta anodino: “É chiaro che su quel che c’è di buono nell’impostazione del governo e su quel che c’è da migliorare e da correggere, a questo punto dovrà pronunciarsi seriamente il Parlamento”. Non chiarisce la linea del suo partito, per quello ci sarà tempo, in fondo ci sono abbastanza novità positive sul precariato, gli stage e le finte partite Iva da permettere al Pd di difendere la riforma.

Certo, sarà piuttosto complesso spiegare agli elettori del Pd che la riforma è accettabile, con la Cgil che riempie Roma, magari con uno sciopero generale, con la Camusso che si trova costretta a lottare a fianco della Fiom di Maurizio Landini e dei movimenti, con Emma Marcegaglia e la Confindustria soddisfatta. Il Pdl esulta, in silenzio, sapendo che ora l’esito delle elezioni amministrative di maggio è un po ’ meno scontato. Lo aveva detto Angelino Alfano: “Le nostre tre priorità sono lavoro, lavoro, lavoro”. Non era diventato di sinistra, spiegava solo che da questa riforma può dipendere la crisi dei suoi avversari.

Il Fatto Quotidiano, 21 Marzo 2012