Essendo io stato assai studioso di queste antiquità, e avendo posto non piccola cura in cercarle minutamente e misurarle con diligenza… penso di aver conseguito qualche notizia dell’architettura antica. Il che, in un punto, mi da grandissimo piacere, per la cognizione di cosa tanto eccellente, e grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavere di quella nobil patria, che è stata regina del mondo, così miseramente lacerato“. Così, nel 1519, scriveva Raffaello, rivolgendosi a papa Leone X, che lo aveva incaricato di censire e disegnare le cadenti antichità di Roma. E così possiamo dire ancora noi, dopo mezzo millennio: visitare e conoscere il paesaggio e il patrimonio storico artistico dell’Italia, ci dà, insieme, un grandissimo piacere e un grandissimo dolore.

In alcuni luoghi, tuttavia, c’è spazio solo per il dolore: così nella reggia borbonica di Carditello, che sorge tra Napoli e Caserta.

Quel luogo, un tempo incantato, è oggi precipitato in un inarrestabile gorgo di abbandono e decadenza, che fa apparire surreali e ipocriti gli intonaci ancora nuovi del corpo centrale della grande fabbrica settecentesca, dovuti ad un effimero e costoso restauro avvenuto una dozzina d’anni fa.

Nelle ultime settimane sono stati sbarbati e rubati i cancelli, le acquasantiere della cappella, i gradini di marmo delle scale (!) e perfino l’intero impianto elettrico. Quel che non si poteva asportare è stato distrutto, e nelle ali fatiscenti che un tempo ospitavano le attività agricole della tenuta è possibile rinvenire di tutto: da cumuli inquietanti di schede elettorali, a mappe e rilievi dell’area, gettati alla rinfusa sotto tetti sfondati. Con un’inversione simbolica, l’abisso si attinge salendo sulla meravigliosa terrazza sommitale: il pavimento di cotto è stato strappato e rubato, mattonella per mattonella, e così i balaustrini di marmo che reggevano i parapetti. La reggia si è, insomma, trasformata in una gigantesca cava di materiali pregiati, che non è difficile immaginare indirizzati verso le oscene ville dei signori della malavita locale.

Né serve alzare lo sguardo verso il panorama: il turbine di gabbiani non segnala il mare, ma la discarica di Maruzzella, criminalmente realizzata su un terreno acquitrinoso in cui il percolato penetra fino alla falda, avvelenando i frutteti circostanti, oggi commoventemente in fiore, e compromettendo per decenni la catena alimentare, e dunque l’uomo.

Così, in questa distruzione simultanea dell’ambiente, del paesaggio, e del patrimonio storico e artistico pare di scorgere davvero “il cadavere della patria”, cioè il volto sfigurato dell’Italia.

Sfigurato da chi? Anche qui salgono alle labbra le parole di Raffaello: “Ma perché ci doleremo noi de’ Goti, Vandali e d’altri tali perfidi nemici, se quelli li quali come padri e tutori dovevano difender queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente atteso a distruggerle?”. I vandali siamo noi: i ladri italianissimi che ogni notte si infilano nella reggia (in un territorio lasciato in mano alla Camorra), i cittadini che non reagiscono, immemori della loro stessa identità. Ma soprattutto i proprietari, che hanno permesso questo scempio: il Consorzio di Bonifica del Volturno, indebitatosi al punto da farsi pignorare la reggia dal Banco di Napoli. E poi quest’ultimo, e dunque Banca Intesa, che invece di farsi carico di questo straordinario complesso, lo mette all’asta per recuperare il credito. E infine il Ministero per i Beni culturali, che avrebbe avuto tutti gli strumenti per imporre il rispetto della tutela, fino ad arrivare ad un esproprio che avrebbe potuto salvare un patrimonio ormai in gran parte compromesso. Una catena di vandalismo, diretto o indiretto, di cui non si intravede la fine.

Cosa fare, a questo punto? Domani il ministro Ornaghi sarà a Carditello, e presiederà una riunione che dovrebbe decidere la sorte della reggia.

Il ministero per i Beni culturali potrebbe anche comprarla direttamente. Ma indigna l’idea che lo Stato possa regalare altro denaro pubblico a una proprietà che ha permesso che un bene pubblico fosse devastato. Forse sarebbe più saggio e più equo costringere Banca Intesa (non del tutto sconosciuta al governo Monti) a essere all’altezza di quella magnifica immagine di mecenatismo e sollecitudine per l’interesse pubblico tanto celebrata dalla retorica dominante. Sarebbe, infatti, paradossale che in un momento in cui i cosiddetti ‘mecenati’ acquistano o noleggiano i beni pubblici capaci di produrre reddito, lo Stato sollevasse proprio uno di loro dal peso di un bene assai difficile da valorizzare, e peraltro colpevolmente ridotto al disastro.

Qualunque sarà – se ci sarà – la soluzione, essa non potrà riguardare solo l’edificio monumentale di Carditello, ma dovrà far parte di un piano di rilancio complessivo di un territorio che ora sente di non avere futuro. A quale funzione si può assegnare un edificio che sorge in una zona in cui all’imbrunire non è prudente circolare? Quale prospettiva turistica esiste per un sito in cui, quando il vento tira dalle discariche, l’aria è irrespirabile?

Il miglior lavoro di documentazione e informazione su questo intreccio infernale che divora una delle terre più feconde e belle del mondo è stato fatto dall’eccezionale gruppo di giovani intellettuali napoletani che si riunisce nelle ‘Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno’ e opera attraverso la Società di studi politici di Napoli. Il loro dossier si chiama “Campania chiama Europa”. L’Italia, ormai, sembra fuori dal gioco.

Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2012