Processo a porte chiuse. L’anniversario della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994 – ha visto un paradossale episodio questa mattina nelle aule del palazzo di giustizia di Roma. Paradossale e, in fondo, simbolico. Davanti alla seconda sezione – che sta conducendo un delicato processo per calunnia contro Ali Rage Ahmed, detto Gelle, accusatore di Omar Hashi Assan, unico condannato per l’agguato – è stato sentito il generale Adriano Santini, direttore dell’Aise. Le sue parole sono state protette da una decisione presa dal presidente della seconda sezione che ha pochi precedenti: udienza a porte chiuse, con l’ingresso nell’aula protetto dai carabinieri. Riferisce l’avvocato D’Amati, parte civIle per la famiglia Alpi: “Il presidente ha motivato la decisione con esigenze di riserbo”. Non ha fatto esplicito riferimento a una richiesta dell’Aise, ma non è escluso che abbia ricevuto una richiesta in tal senso prima dell’udienza. L’unica altra udienza a porte chiuse ha riguardato del resto l’interrogatorio del direttore dell’Aisi, che ha confermato, nei mesi scorsi, di non poter rivelare la fonte confidenziale utilizzata.

Come era facilmente prevedibile, in realtà, di notizie nuove il capo dell’intelligence militare non ne ha date. Secondo quanto riferito dagli avvocati presenti all’interrogatorio, il direttore dell’Aise si sarebbe limitato a richiamare i documenti già consegnati in passato alla commissione presieduta da Carlo Taormina e alla procura di Roma. Santini ha poi dichiarato che i nomi degli agenti dell’ex Sismi presenti in Somalia nei giorni dell’agguato contro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – che quindi potrebbero fornire elementi preziosi – sono già noti e riportati nella relazione di maggioranza della commissione bicamerale d’inchiesta presieduta da Taormina.

Nulla di nuovo, una riproposizione di quanto dichiarato dal 1994 in poi dai vertici dell’ex Sismi, rendendo ancora più paradossale e incomprensibile la chiusura delle porte al pubblico – e alla stampa – durante l’udienza.

Il processo in corso a Roma – iniziato da poco più di un anno – è nato nel 2008, dopo le dichiarazioni di Ali Rage Ahmed, detto Gelle, il principale accusatore di Omar Hashi Assan, condannato a ventisei anni di reclusione dopo un processo durato diversi anni. Per i giudici romani che firmarono la sentenza definitiva nel 2006, Assan avrebbe fatto parte del commando che uccise, diciotto anni fa, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, nelle strade di Mogadiscio. Il somalo, oggi detenuto, venne individuato nel 1997 grazie alla testimonianza di Gelle, raccolta a Mogadiscio dall’ambasciatore italiano Cassini. La deposizione chiave fu poi verbalizzata in Italia dalla Digos di Roma e dal Pm che all’epoca seguiva il caso Alpi, Franco Ionta. Subito dopo Gelle sparì, disertando tutte le udienze dei tre gradi di giudizio, che portarono alla condanna per omicidio di Omar Hashi Assan.

La svolta è arrivata nel 2002, quando quel testimone chiave raccontò di essere stato pagato per raccontare il falso, accusando una persona assolutamente estranea e sostenendo l’ipotesi dell’omicidio casuale. Una tesi che non aveva mai convinto la famiglia Alpi, che ancora oggi, a distanza di diciotto anni dall’agguato, sta cercando di ricostruire i mandanti e le motivazioni dell’omicidio. La pista mai scartata – confermata da moltissime deposizioni e documenti raccolti nel corso degli anni – puntava alla connessione tra l’agguato e il traffico di armi e rifiuti tra la Somalia e l’Italia. Temi che, come è evidente, dovrebbero essere ben noti alla nostra intelligence militare.

Nell’udienza di questa mattina è stato ascoltato anche il funzionario della Digos Michele Ladislao, in servizio alla questura di Udine subito dopo l’omicidio. Fu il suo ufficio ad individuare alcune fonti confidenziali somale già pochi mesi dopo l’agguato. Il racconto che il funzionario raccolse – richiamato integralmente nel corso dell’interrogatorio, avvenuto anche questo a porte chiuse – confermava la tesi dell’agguato premeditato, deciso da un gruppo di trafficanti e faccendieri, somali e italiani. La motivazione era chiara: proteggere il traffico di armi. La Digos di Udine riuscì a far arrivare in Italia – grazie alla collaborazione delle fonti fiduciarie – l’autista e la guardia del corpo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Subito dopo la delega alle indagini venne tolta dalla procura di Roma agli agenti di Udine e l’allora procuratore capo Vecchione passò il processo al pm Ionta. Un fascicolo che terminò, almeno provvisoriamente, con la condanna di un somalo, probabilmente innocente.