Questo è “Grande Sertao”, di Joao Guimaraes Rosa. Uno dei romanzi che dovrebbero tornare al mondo, perché lo rendono migliore.

“Ci sono cose che non sono cattive, in se stesse, ma fanno male, perché accade che cambiano, diventano un’altra cosa (…) Vivere è molto pericoloso, l’ho già detto a Vossignoria. Del resto, poco ricordo, ma so che, in quei giorni, stavo molto giù. In che cosa potevo trovare interesse? Al mattino, quando mi svegliavo, ero sempre pieno di rabbia. (…) Il Paspe, che cucinava, preparò per me delle tisane: quella di camomilla, di finocchiella, di assenzio. Oi. Dolore, proprio non ne avevo nessuno. Solo mi sentivo disanimato.

E una volta, per mio beneficio, compresi la buccia di una cosa. Che, quando stavo così, ogni mattina, con rabbia di una persona, bastava che io mi mettessi di proposito a pensare a un’altra, perché passassi ad avere rabbia di quest’altra, anche tale e quale, immediatamente. E tutte le persone, una dopo l’altra, su cui andavo appuntando il mio pensiero, io cominciavo a provare odio per loro, una per una, nello stesso modo, anche se erano molto mie amiche e io in altri momenti non avevo mai avuto con loro motivo di contrasto o di risentimento. Ma la feccia del pensiero alterava i ricordi, e io finivo per pensare che, quel che un giorno potevano aver detto, era stato per offendermi, e mettevo significato di colpo in tutti i discorsi e in tutte le azioni. Vossignoria mi crede? E fu allora che azzeccai nella verità fedele: che quella rabbia era in me, prodotta da me, senza altro padrone, come cosa sciolta e cieca. Le persone non avevano colpa se in quel momento il mio pensiero vagava su di loro (…) In quella occasione mi ricordai di un consiglio che Zé Bebelo nella Gnanva, un giorno mi aveva dato. Ed era: che uno deve a volte fingere di aver rabbia, ma rabbia proprio non si deve mai tollerare di averla. Perché, quando si nutre rabbia di qualcuno, è la stessa cosa che autorizzare quella medesima persona a venire a governare, durante tutto quel tempo, la nostra mente e il nostro sentire; e questo era mancanza di sovranità, e abbondante stupidaggine, e di fatto lo è. Zé Bebelo parlava sempre con la macchina di colpire nel segno – pura intelligenza. Compresi. Eseguii. Dico: recalcitrai, puntai i piedi, nello sforzo di non spargere rabbia. Mi ricordo che quella mattina anche il calore era meno, e l’aria era benigna. Lì io in pace – con voglia di allegria – come se pensassi di star ricevendo un messaggio. Rimasi un pezzo, solo, solo, sul bordo dell’acqua, ascoltai lo stridere di un uccello: sabià o cuculo. Di repente, attestai e vidi: era Diadorim che arrivava, già si fermava vicino a me.

Lui stesso mi disse con sorriso sincero:

“Come sei stato Ribaldo? Non sei contento di vedermi?”.

La buona sorpresa, Diadorim che arrivava come un bianco miracolo. Un battere forte del cuore. Ma, in quello stesso momento, un resto di dubbio: l’intero dubbio che mi imbarazzava di fatto, nella mia soddisfazione. Io ero il creditore, lui il debitore. Mi contenni dunque; non feci manifestazione nessuna. Aspettai le sue prime parole. Parlasse ancora; ritardai, raschiai la gola.

“Ebbene. Dove sei stato, se non sono indiscreto?”, dissi allora.

Con quell’amicizia puntuale, scelta per tutta la vita, dichiarata mia nei grandi occhi, lui disse:

“Anche tu non stai in buona salute, Ribaldo, per quel che vedo. Non sei stato bene ultimamente?”

“Vivendo la mia sorte, con lotte e guerre!”

Al che Diadorim mi diede la mano, che appena accettai. E prese a raccontare(…)”.