Il fiume colorato di Libera a Genova? Raccontiamolo con le “s”. Successo, certo. In un momento di vuoto della politica, di sbandamenti e frustrazioni, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti ha raccolto intorno a sé a Genova più di centomila persone provenienti da tutta Italia. Per dire no alla mafia e per lanciare le sue proposte. Nessuna bandiera di partito, moltissimi striscioni di scuole, dal Piemonte alla Sicilia. Ai livelli alti del paese sembrano indaffarati a smontare leggi e processi e pubblica moralità. Il paese più moderno e vitale raccoglie invece le forze per decollare.

Libera come speranza, dunque, perché il colpo d’occhio sull’immensa distesa del Porto antico dava ieri il segno di un popolo dalle grandi radici. Di un popolo in cammino.
Libera come sentimento. Perché poi le radici stanno lì. In quelle centinaia e centinaia di familiari i cui sentimenti sono stati colpiti dalla violenza mafiosa. Sta lì la forza irriducibile, nella memoria del dolore, nella richiesta di verità e giustizia che passa come in una staffetta omerica di generazione in generazione. Ci sono i nipoti, ora, con le foto dei propri cari, tanti nipoti. Familiari che accolgono altri familiari. Quelli delle nuove vittime di mafia o quelli che per la prima volta trovano la forza di venire. Ma anche quelli di vittime delle violenze dello Stato, perché nell’incontro di venerdì pomeriggio grande è stata la commozione per la testimonianza di Lucia Uva, sorella di Giuseppe, il giovane che incontrò uno Stato inconciliabile con quello di Paolo Borsellino o di Roberto Antiochia. Familiari che scoprono nelle parole di chi parla per la prima volta una verità in più.

Com’è avvenuto con Giovanni Gabriele, il giovane padre di Dodò, il bambino di undici anni che venne ucciso durante una sparatoria tra clan avversi su un campetto di calcio di Contorato, in provincia di Crotone. Era il 25 giugno del 2009. “Non ne posso più”, si è sfogato Giovanni, “di sentir dire che mio figlio è morto perché si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Perché questo vorrebbe dire che è colpa mia, che ho sbagliato io a portarlo al campetto di calcio. Ma dove deve andare a giocare un bambino? Dodò non era nel posto sbagliato. Nel posto sbagliato c’erano gli assassini”.

Libera come solidarietà. La voglia di non guardare solo a se stessi. L’incontro del venerdì si è aperto alle parole da brivido di un giovane uomo messicano e di una giovane donna guatemalteca. Il primo, Carlos Cruz, un gigante, ha raccontato di sé che da bimbo iniziò a spacciare in cambio di una bicicletta, della banda da lui fondata e guidata da adolescente per poi accorgersi, dopo alcuni anni, che dei 26 di partenza ne erano rimasti vivi tre. La scelta di cambiar vita, di educare per strada, il pianto non trattenuto davanti al ricordo di un bambino a cui i nuovi trafficanti hanno tagliato la lingua. Lei, Claudia Carrera, avviata alla prostituzione da ragazza e ora, in lotta con la memoria di lutti e di violenze, impegnata in percorsi formativi nelle scuole. Libera, pure, come sindacalisti contadini. È stata una festa vera intorno a Placido Rizzotto, nipote del dirigente contadino corleonese, di cui sono stati trovati i resti dopo 64 anni e per il quale proprio l’altro ieri il governo ha deciso i funerali di Stato.

Già, perché questo popolo conosce anche la gioia di ritrovare i resti, come era capitato d’altronde anche a Ninetta Burgio di Niscemi: suo figlio Pietrantonio, cercato invano per 14 anni, venne alla fine ritrovato. Lo avevano ucciso innocente, solo perché “sapeva”. Ninetta se ne è andata pochi mesi fa e gli altri familiari in questi giorni l’hanno voluta ricordare con gli applausi che si riservano ai vincitori.

E anche Libera come saggezza. Quando durante la discesa verso il Porto Antico un gruppetto di No Tav ha srotolato uno striscione enorme accusando i manifestanti per “la vostra legalità assassina”, nessuno ha fischiato. Certo, quello striscione buttato in faccia ai familiari di gente assassinata, al figlio di Pio La Torre, al nipote di Rizzotto, ai figli di Accursio Miraglia e di Nicola Azoti (altri sindacalisti contadini), o al fratello di Peppino Impastato, era una bestemmia da delirio. Ma la testa del corteo, fatta proprio dai familiari, lo ha applaudito come a porgere l’altra guancia. Finché dal gruppetto sono arrivati applausi.

E infine Libera come scandalo. Se quei familiari sono la storia insanguinata del nostro paese, ebbene, la politica ancora una volta ha detto forte e chiaro ai centomila che di quella storia non gliene frega niente. Che il sangue versato è affare di chi è caduto. Ieri a Genova, a Parlamento chiuso, c’erano tre o quattro parlamentari e nessun membro di governo. Nessun leader politico né di primo né di secondo livello. Solo Romano Prodi è giunto venerdì sera alla messa in cattedrale. Per il resto spalle voltate. Poi, per riprendere quel che don Ciotti ha urlato dal palco, ci si chiede perché la mafia esista da 150’anni…

Il Fatto Quotidiano, 18 Marzo 2012