“Sarebbe ora di capire che per rappresentare la società in cui viviamo l’etica del film western, buoni col distintivo da una parte e tutti gli altri dall’altra, é inutile. Buoni e cattivi sono mischiati, e dal punto di vista strettamente narrativo non è nemmeno un male. La vita, così come gli esseri umani, si offre per dettagli, chiaroscuri, ambiguità ; se tentiamo di sfuggire a questo semplice meccanismo ci faremo del male da soli…”.

Ecco il pensiero portante della breve chiacchierata con Stefano Sollima, regista del controverso (e pertanto efficace, dato il tema) ACAB tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini, lunedì 19 marzo alle ore 17 ospite dei laboratori Dms per il convegno Il cinema italiano contemporaneo tra politica, identità e memoria

Acab è un film “politico”?

Un film civile sicuramente, nel senso che si confronta con l’uomo, coi suoi limiti e i suoi pregi. Ma non mi sono particolarmente preoccupato del genere quanto dell’efficacia della narrazione. L’unica chiave possibile per poter fare ancora cinema di questo tipo senza correre rischi scadere nel retorico mi pare quello del ritorno ad un racconto solido e senza idee precostituite, a rischio di…

Scontentare un po’ tutti?

Il rischio c’era ma ce ne siamo fregati, noi volevamo raccontare un’oscurità e per fare questo era necessario sporcarsi le mani, senza individuare colpevoli bensì la stratificazione delle debolezze e dei limiti. I nostri protagonisti sono un impasto di ricchezze e miserie.

Ti sembra strano che sotto certi aspetti Acab sia riuscito a “spiegarsi” meglio col pubblico che con certe ambienti legati ai diretti interessati del racconto?

Affatto, è fisiologico riuscire ad interagire meglio con chi si affaccia ad un tuo lavoro senza attendere da te le risposte (magari le sue) e resta invece disposto ad ampliare lo spettro delle domande, dei dubbi.  Il botteghino ha dato informazioni chiare, la voglia di “sporcarsi le mani” con temi forti e senza pregiudizi alla fine paga.

Il cinema come il tuo, aperto alle domande più che ai teoremi, ha bisogno di un mercato, di un’industria culturale e dell’informazione che sia  pronta ad osservare la realtà uscendo dalle logiche di parte. A che punto siamo della partita?

Direi che c’è ancora molto da lavorare in questo senso, a cominciare dal fatto che quando esce un film non ci si può fossilizzare a parlare del tema affrontato più che del film stesso. Se apri una porta guarda anche cosa c’è dentro la stanza.

Le chiediamo un commento circa le recenti vicende giudiziarie che hanno riguardato cinque poliziotti in servizio a Bologna

Non ho conoscenza diretta dei fatti e perciò non mi esprimo direttamente nel merito, dico molto più in generale che mi pare che in Italia manchino ancora certi importanti anticorpi a tutela del rapporto fra istituzioni e cittadini. Credo che la faccenda sia di una semplicità assoluta; esistono le mele marce? Ovunque. Se questo accade bisogna ammetterlo senza sentirsi colpevole come corpo. Questo va in qualche modo a screditare il corpo di polizia nel suo complesso? Ovviamente no, sai che cosa rischia di appannarne l’immagine? L’esatto contrario, la negazione ostinata di percentuali di devianza perfettamente fisiologiche. Ma non è tutto…

Cioè?

Cioè la scarsa capacità di gestire dal punto di vista della comunicazione vicende come queste, e porre in atto le più semplici ed umane delle soluzioni; individuare gli eventuali  colpevoli, chiedere scusa e proseguire nel proprio lavoro.  “Abbiamo sbagliato, rimedieremo” sarebbe una frase di potenza devastante, soprattutto in bocca alle autorità che ne uscirebbero se possibile, rafforzate.

Fra la legge e il distintivo c’è di mezzo un uomo, alla fine è sempre lui la variabile. Nel bene e nel male.

di Cristiano Governa