Con tutte le capricciose giravolte dei mercati internazionali e la febbrile rincorsa al diktat della crescita quale miraggio salvifico dei tempi grami della crisi, è inevitabile che prima o poi qualcuno provi a porsi il bizzarro interrogativo: ma è il Pil ad essere stato ideato per l’uomo o è l’uomo che vive per il Pil?

Metafore bibliche a parte, la domanda in questione in realtà sottende il serio e laicissimo tentativo di analizzare criticamente quello che gli accademici chiamano il valore euristico di una teoria, in questo caso economica, ovvero la sua capacità di elaborare chiavi di lettura persuasive e verosimili della realtà indagata. Nell’ultimo densissimo scritto appena approdato nelle librerie italiane, Martha Nussbaum, in consonanza con le tesi dell’economista premio Nobel Amartya Sen, sostiene appunto che valutare lo sviluppo e il benessere economico di una nazione attraverso il parametro teorico del prodotto interno lordo pro-capite dei suoi abitanti sia un approccio tanto diffuso quanto grossolanamente inadeguato e fuorviante. Come attestato dal clamoroso esempio del Sudafrica, che all’epoca dell’apartheid figurava beffardamente all’apice della classifica dei paesi in via di sviluppo, il rilevamento del Pil non ci fornisce alcuna indicazione né sull’effettiva distribuzione della ricchezza né soprattutto sulla fruizione dei diritti umani fondamentali da parte dei singoli cittadini di uno stato.

Nulla di buonista o di velleitariamente filantropico, nessun facile embrassons-nous di maniera, ma un’analisi fondata su ragionamenti e dati solidi, come quelli recentemente rilevati dalla Commissione Sarkozy, dai quali è infatti emerso che, perfino nella florida Francia, gli investimenti di capitale straniero, pur facendo lievitare il Pil, non vanno affatto a rimpinguare i redditi familiari, né incidono positivamente su sanità ed istruzione in assenza di interventi politici ad hoc. Insomma, un’altra eloquente smentita di quella obsoleta “teoria della ricaduta” (o trickle-down), secondo la quale la mitica “crescita” dovrebbe necessariamente implicare benefici economici anche per i meno abbienti. Il movimento dell’Human Development and Capability Association, fondato appunto dalla Nussbaum e dallo stesso Amartya Sen, propone invece di reinterpretare la nozione di sviluppo economico attraverso il criterio (già aristotelico) delle “capacità” individuali, monitorando cioè, in ogni contesto nazionale, le opportunità e le libertà essenziali di cui le singole persone possono effettivamente fruire per accedere ad un livello minimo di qualità (materiale e immateriale) di vita che sia all’altezza della loro uguale dignità umana.

M. C. Nussbaum, Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, Il Mulino, pp. 224, € 15

Saturno, 16 Marzo 2012