In principio fu la Rete, ora tocca al cinema. Parliamo di Guglielmo Scilla, nickname 2.0 Willwoosh, che del web tricolore è una, se non “la”, star: 50 video caricati su YouTube, 230mila iscritti al canale, 45 milioni di visualizzazioni, 115mila follower su Twitter. Due primi e dimenticabili passi in sala – Una canzone per te, Matrimonio a Parigi – e ora l’entrata a gamba tesa o, se vi pare, in grande spolvero: 10 regole per fare innamorare, diretto da Cristiano Bortone (Rosso come il cielo, e non si direbbe) e co-soggettato e sceneggiato con Fausto Brizzi.

Purtroppo, la longa manus del Fausto nazionale si vede, e si sente: altre quattro le mani, forse i piedi in scrittura (Annalaura Ciervo e Pulsatilla) e se avete in mente gli sceneggiatori di Boris – La serie potete ben immaginare come abbiano lavorato. Toccata e fuga, per usare un eufemismo, e le tracce sullo schermo ci son tutte: incongruenze (uno sconosciuto vi regala un telescopio e non battete ciglio? Se non siete Barbara Berlusconi, non regge), inverosimiglianze (una ragazza cinese che lavora a bordo piscina, anziché servire al ristorante dei suoi?) e l’ineffabile Gabbiano Jonathan Livingston, che fa tanto sensibilone, graffitato sulla cameretta di Willwoosh.

Già, Willwoosh, separato alla nascita da Jack Black e debitamente messo a dieta: i suoi video fatti in casa sono sarcastici, nonsense, en travesti e un filo irriverenti. Insomma, funzionano, ma qui lo attende la pena del contrappasso. La regola della doppia B (Brizzi/Bortone) lo vuole idiota totale, alle calcagna di una bella e impossibile (Enrica Pintore, bella ma non balla), con lo zampino del papà Vincenzo Salemme, chirurgo plastico e sciupafemmine. Puntuali ma disastrose, sono proprio di papà le 10 regole per fare innamorare, eppure, è difficile innamorarsi di questo “film leggero in questi tempi cupi, sulla scia amorosa di Plauto e Cyrano” (Bortone, sic).

Gli interpreti se la cavano – nulla di mitologico, ma Scilla e Cariddi (Salemme) hanno chimica – eppure il frusto campionario è quello del cinemino nostro, che copia – gli analoghi americani di auto-aiuto, sia cartacei che cinematografici – ma senza parodia, sovvertimento ridanciano e neppure un pizzico di ironia: il contrappasso, appunto, è del solo Gugliemo/Willwoosh, costretto a predicare bene su YouTube e razzolare male – bamboccione sfigato – in sala. Ma 10 regole per fare innamorare è, a suo modo, utile: aiuta a riflettere, sull’inflazione della commedia tricolore, sull’influenza ad hoc di Brizzi e sul prossimo, prevedibile e a questo punto auspicabile esaurimento del “filone”.

Che dite, non sarebbero meglio 10 regole per fare commedie? Al pubblico l’ardua sentenza, complice il tam-tam in rete che Willwoosh si porta appresso: “Il web non ti protegge: ricevo insulti, ma anche “sto in ospedale per la chemio e tu mi fai ridere”. Eppure – confessa Guglielmo – YouTube non ti tradisce”. Che a mettergli le corna sia la sala?