Quando ero ragazzo era il bar dei fascisti. Chi entrava aveva il loden d’inverno e la maglietta Lacoste d’esate, e i Ray-ban sempre. Vietato l’ingresso ai cani e a chi indossava un eskimo. Ora, ironia della sorte, è gestito da un ragazzo iscritto al Pd figlio di un operaio, ex sindacalista della Cigl. Adesso comunque ci va chiunque, anche perché il bar è centralissimo, anche perché sinistra e destra estrema, almeno qui in provincia, son ricordi sbiaditi e poco più.
E ci andavo anche io, fino a poco tempo fa, qualche volta, col mio bimbo che ha due anni, ma poi ho smesso, abbiamo smesso, sebbene il bar sia vicino a casa nostra. Perché è successo questo.

Una domenica entro, c’era nessuno. Il bimbo ha il suo trenino di legno, io il giornale. Ordino un caffè, dell’acqua per il bimbo, che però protesta, vorrebbe la Coca. C’è quasi nessuno nel bar. Quasi, già. C’è il proprietario, una dipendente, ci siamo io e il bimbo e, in disparte, c’è un anziano. Anziano tanto, novant’anni almeno. Legge pure lui sorseggiando il caffè. Poi smette di leggere e guarda con insistenza mio figlio. Sembra ipnotizzato. Magari, ipotizzo io, ha problemi di vista, dal momento che ha due lenti opache e spesse. E comunque: continua a guardare il bimbo mentre sono alla cassa, a pagare. Con la solita, tenace insistenza.
Saluto, sto per guadagnare l’uscita, starei uscendo però mi fermo: perché il novantenne si sta avvicinando. Che vorrà?, mi domando. Magari – pensiero indelicato, lo so, ma i pensieri son pensieri: volano anche dove non si può – il vecchietto è un po’ alzheimer. Magari ha scambiato il bimbo per qualche pronipote.

«Quanto ha il bambino?», mi domanda.
«Due anni», dico.
«Posso accarezzarlo?», domanda.
Vedo che sta piangendo.
Sì, deve essere alzheimer, penso. Penso anche che è meglio uscire, e in fretta anche.
«Sa», mi dice mentre continua a fissare il bimbo, «io ho perso mio padre che avevo quindici mesi…».
Non son più entrato verso le 13, 13,30 quando nel bar centralissimo non c’è “quasi” nessuno.