Mahmoud Ahmadinejad

Vago, impreciso e soprattutto molto arrogante. Così si è presentato davanti al Majlis, il parlamento iraniano, il presidente Mahmoud Ahmadinejad. Era stato convocato poco più di un mese fa per rispondere a una serie di accuse, condensate in dieci domande, presentate da una settantina di deputati. Un atto senza precedenti nella storia della Repubblica islamica, la cui costituzione prevede la possibilità che il presidente venga chiamato a rispondere della sua politica davanti al parlamento. Una prerogativa che il Majlis non aveva mai esercitato e che oggi assume un significato preciso e dà la misura della divisione che attraversa i vertici iraniani. Ahmadinejad ha aspettato fino all’ultimo momento possibile, prima di comparire in parlamento, sperando che le elezioni parlamentari del 4 marzo scorso potessero modificare in suo favore l’atmosfera nel Majlis. Così non è stato, però, e allora il presidente ha scelto di giocare in attacco.

Alle domande dei deputati sulla gestione dell’economia, sulle tensioni con la Guida Suprema Ali Khamenei e sui suoi rapporti con Esfandiar Rahim Mashei – il suo consuocero, appartenente al circolo messianico di cui anche Ahmadinejad fa parte e considerato “deviante” dal clero sciita conservatore – il presidente è stato evasivo, tanto che l’audizione è durata appena un’ora. Sui punti più spinosi, come per esempio gli 11 giorni di intervallo tra l’ordine di Khamenei di rimettere al suo posto il ministro dell’intelligence Moshen rimosso da Ahmadinejad, il presidente ha negato che ci fosse alcuna divergenza di opinioni con la Guida Suprema. Le sue risposte non sono state soddisfacenti nemmeno per le questioni economiche, in particolare per l’aumento dei prezzi – che sta impoverendo gli iraniani – e per la presunta malversazione dei fondi della metropolitana di Teheran.

Ciò che più ha irritato i parlamentari iraniani, però, è stato l’atteggiamento arrogante con cui Ahmadinejad si è presentato in aula, assieme a otto ministri del suo governo. A un certo punto, ha provocatoriamente detto ai parlamentari che lui stesso avrebbe potuto suggerire “domande migliori” di quelle che gli sono state rivolte e che sarebbe stato contento di “condividere barzellette” con i deputati, perché “quelli che hanno preparato queste domande sono tra coloro che hanno avuto una laurea solo premendo un bottone“.

Alcuni parlamentari hanno commentato duramente il discorso del presidente. “Ahmadinejad ha perso ogni appoggio parlamentare”, ha detto Mohammad Taqi Rahbar, uno dei deputati conservatori che fino all’anno scorso, prima della crisi con Khamenei per la nomina del ministro dell’intelligence, erano schierato con il presidente. Un altro deputato, Mohammad Reza Khabbaz, ha detto che “il presidente non ha il diritto di insultare il corpo legislativo, questo non è un luogo per raccontare barzellette”. Ghodratollah Ali Khani, un altro deputato ha detto ad Al Jazeera che, dopo questa performance, “il parlamento è adesso contro il presidente. Il prossimo passo potrebbe essere la richiesta di impeachment”.

Lo scontro tra i due blocchi conservatori in Iran, quello che fa capo al presidente e quello che ha come riferimento la Guida Suprema (un tempo i due erano alleati), sta così arrivando a un punto di svolta. Se le elezioni di dieci giorni fa hanno segnato un netto vantaggio per Khamenei, Ahmadinejad spera di poter conquistare spazio di manovra per poter determinare le elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Solo che il suo stretto consigliere Mashei, da molti considerato suo possibile successore, è stato di fatto tagliato fuori dalla corsa presidenziale e quindi i giochi sono aperti, senza un candidato ‘forte’ capace di compattare il blocco conservatore, molto diviso al suo interno. Fuori dai giochi, per il momento, i cosiddetti ‘riformisti’, quelli che avevano animato le proteste contro la rielezione di Ahmadinejad. Non hanno partecipato alle elezioni parlamentari, ma nei prossimi mesi dovrebbero trovare un modo per sfruttare le divisioni dei vertici della Repubblica islamica e innescare un cambiamento che, pur nel quadro istituzionale creato dalla rivoluzione del 1979, possa consentire agli iraniani di uscire da un’impasse interna e internazionale che rischia di far implodere il Paese.

di Joseph Zarlingo