Facendo i conti, ovvero sommando gli incassi dei 51 paesi in cui è uscito, John Carter ce la può fare (a stento). E la Disney tirare un respiro di sollievo. Il secondo film più caro della storia non ha l’appeal del primo né l’aurea di culto di quello che presto li supererà entrambi. Dopo Avatar di Cameron, che è costato più o meno 400 milioni di dollari e prima dell’arrivo de Lo Hobbit di Peter Jackson – il cui budget finale si aggira attorno ai 500 milioni – il super kolossal tutto effetti speciali e post-produzione girato dal regista di Wall•e, Andrew Stanton, alla fine è arrivato a costare circa 350 milioni. Più o meno quanto era costato Spider Man 3 di Raimi. La “tragedia” del fine settimana, per John Carter, è un inanellarsi di numeri: uscito il 9 marzo negli Usa (e anche in Italia), ha fruttato un magro gruzzolo in patria nel fatidico primo weekend. La misera chiusura del botteghino, domenica scorsa, era di “soli” 30 milioni di dollari (in Italia 1 e mezzo). Flop epico, ha scritto prontamente il New York Times. E quasi vien da ridere, perché 30 milioni di dollari sono una cifra spaventosa. Ovviamente, la tragedia è nell’obiettivo che l’esorbitante costo del film deve raggiungere per far andare la Disney in pareggio: 600 milioni. E se lunedì i siti specializzati americani parlavano di débâcle assoluta, il sospiro di sollievo è arrivato guardando l’incasso globale di circa 70 milioni. Il caso di John Carter per certi versi però è rassicurante: il gusto del pubblico è meno prevedibile di quanto la promozione possa pensare. In questo caso gli ingredienti del successo planetario non erano comunque dietro l’angolo. Chi è John Carter? È un ex soldato sudista divenuto cercatore d’oro, che fuggendo dagli indiani e dall’esercito viene teletrasportato su Marte, dove scopre (complice la gravità) di possedere forza e agilità oltre misura. Gli serviranno. Perché nel pianeta – che gli autoctoni chiamano Barsoom – le tribù se le danno di santa ragione.

Il film è tratto dal ciclo di racconti Sotto le lune di Marte di Edgar Rice Burrough – il creatore di Tarzan – e fu lo stesso scrittore a pensare di portarlo sullo schermo per primo, nel 1924. Contattò Douglas Fairbanks, che però rifiutò. Il romanzo fu poi opzionato nel 1931 dagli Studios hollywoodiani, con l’intenzione di trarne un film di animazione. Nei lustri, i tentativi di metterlo su pellicola sono stati molti, fino ai recenti di John McTiernan (il regista di Predator) e di Rodriguez. Infine i diritti sono tornati liberi e il genietto della Pixar, Stanton, ha proposto alla Disney di comprarli. Una vera scommessa. Il mondo assai esotico di alieni con quattro mani e mostri giganti è quasi del tutto realizzato al computer tanto che il protagonista Taylor Kitsch si è ritrovato molto spesso solo su un set quasi spoglio. Morale: sei mesi per girarlo e due anni per post-produrlo. Per un anno e mezzo 800 persone si sono trovate a dover “riempire” le inquadrature e a crearne 1900 con un software. Sorta di viaggio di Gulliver meno filosofico, il film non ha un profilo facilmente riconoscibile per il pubblico: un po’ Avatar, un po’ Dune, un po’ figlio di quella strana fantascienza che mischia passato e universi paralleli, il kolossal non può contare neppure su divi ultranoti, visto che lo stesso protagonista era famoso negli Usa soprattutto per una serie tv e per un personaggio secondario di Wolverine. L’unico “nome” è Willem Dafoe, che però interpreta un guerriero marziano e non è esattamente identificabile. Lo stesso regista, che tanto voleva portare sullo schermo queste aliene avventure, non è una star, sebbene abbia vinto ben due Oscar (uno per Alla ricerca di Nemo e poi con Wall•e). Vedremo se gli incassi sul lungo termine diranno bene a Stanton e alla Disney. Per il momento la sfida di John Carter è di non entrare nella lista nera dei flop.