Giro girotondo, Nanni Moretti casca sempre lì. Non sono bastati Aprile, il comizio bomba di piazza Navona, una palma d’oro a Cannes, il papa Michel Piccoli indeciso a tutto, la testa di Berlusconi rotolata almeno per qualche momento nel cesto dell’oblio.

No, per Nanni Moretti, fermo al semaforo di Caro diario a dire che “si ritroverà sempre a suo agio e d’accordo con una minoranza di persone” il vulnus inaccettabile, la ferita inguaribile è Fausto Bertinotti che un bel giorno del 1998 si sistema i polsini d’oro e con un gesto cesaristico della mano, anzi del pugno sinistro, affossa il governo di don Romano (Prodi), adducendo all’onor perduto dei lavoratori da lui rappresentati in Parlamento con Rifondazione Comunista.

Polemica un tantino preistorica, che flirta con il giusto tema della “mancanza di un’opinione pubblica in Italia”, ma che richiama alla mente antiche diatribe di un’imbalsamata sinistra italiana, ancora arroccata su tradimenti e accoltellamenti tra amici, compagni, conoscenti, semplici passanti.

Fermo restando che Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera, vate della candidatura e dell’eloquio vendoliano, ora è un tranquillo nonno e pensionato, e che Romano Prodi, ex presidente di governi, commissioni ed istituti italiani ed europei, oggi è altrettanto sereno nonno e pensionato con una particolare propensione per il modello economico-culturale cinese.

Tonino Di Pietro, che da quell’evo politico arriva pure lui, direbbe “ma che c’azzecca” questa polemica quando c’è pure stato un altro governo Prodi, fatto addirittura cadere da Mastella, non a nome dei lavoratori che lo avevano votato, ma per tutta una serie di ragioni che il leaderissimo democristiano tenne parecchio per sé?

L’atavica propensione alla frammentazione, quel fratelli coltelli tipico della gauche romana post anni ottanta, risuona sinistro, come un passo incerto e frastornato di uno pterodattilo contro un triceratopo per difendere un brontosauro.

Nell’incertezza sociale, economica ed finanche ecologica dell’esistente, con una lama della ghigliottina pronta a piombare sulla nuca degli italiani più deboli e indifesi, come operai e stranieri alla mercé di draconiani provvedimenti del governo tecnico pronti a farli finire sul lastrico giusto per rimanere nei parametri della Bce, il regista che nel 1977 in televisione invitava a levarsi dagli “schermi” il collega Monicelli, si ritrova imbottigliato in una polemica blasé e incartapecorita, buona per una sessione di girotondi ai giardinetti di Cinecittà.

Mica bisogna modernizzare la forma per forza, mica Moretti deve andare in giro a twittare e postare ad ogni secondo, basterebbe aggiornare un po’ temi e contenuti, essere un po’ più al passo con drammi e contestazioni del presente: “Nanni reagisci, di’ qualcosa. Sinistra o destra, basta che sia nuovo”.