“Le misure di austerità, inevitabili e necessarie sono irrealizzabili senza una democrazia funzionante e una classe politica incorrotta. Ambedue le cose mancano in Grecia, a causa di una storia postbellica caratterizzata da profonda sfiducia nello Stato e da una cultura della legalità inesistente”. Con queste parole, riportate da Barbara Spinelli in un suo articolo, Alexis Papahelas, direttore del quotidiano Kathimerini, nel giugno 2010 pronosticava l’irredimibilità della crisi del suo Paese, individuandone le cause in un male interno – sfiducia nello Stato e illegalità dilagante – giunto ormai alla sua fase terminale. Per questo motivo, secondo Papahelas, la lotta all’impunità era un fattore indispensabile della ripresa; la vera cura consisteva “nell’approvazione da parte di tutti i politici di un emendamento costituzionale che annulli l’immunità garantita a ministri o parlamentari passati e presenti, e che porti davanti alle corti o in prigione i truffatori e gli evasori fiscali”.

Il caso greco offre importanti spunti di riflessione per l’Italia, Paese nel quale la cultura della legalità è pure pressoché inesistente come attestano, tra i tanti indicatori, le dimensioni di massa della corruzione e dell’evasione fiscale, e, soprattutto, lo statuto impunitario garantito a corrotti ed evasori da una successione di leggi che nel loro sapiente e progressivo stratificarsi hanno dato vita a un sistema che, come ha recentemente dichiarato il ministro della Giustizia Paola Severino, “scoraggia gli investitori premiando i corrotti e chi non paga, penalizzando le persone oneste”.

L’Italia e il male in più. Rispetto alla Grecia l’Italia annovera un male in più: una mafia che ha compiuto un salto di qualità. Mentre i media e l’industria culturale continuano a puntare il focus dell’attenzione sulla mafia del racket e del traffico degli stupefacenti, le nuove aristocrazie mafiose, dismessa la vecchia pelle del serpente, si stanno pacificamente integrando con l’economia legale, colonizzando anche il centro nord all’insegna del sacro principio secondo cui “business are business”. Da un capo all’altro della penisola le indagini penali aprono spiragli su mille segreti matrimoni di interessi – celebrati sui terreni infetti della corruzione e di una economia sempre più deregolata – tra i colletti bianchi delle mafie e segmenti delle nomenclature del mondo economico e politico.

Chi conosce la storia italiana sa che corruzione ed evasione fiscale sono componenti risalenti e stabili della Costituzione materiale del paese, con le quali, il sistema Italia ha imparato a convivere pagando prezzi altissimi. Analoghe considerazioni valgono per il male di mafia che, oggi come ieri, nonostante i successi ottenuti nel contrasto alla mafia militare, continua purtroppo a restare pressoché intangibile nel suo cuore di tenebra che si annida all’interno della cosiddetta borghesia mafiosa, vecchia e nuova, nucleo duro e stabile di un potente blocco sociale in grado di aggregare e orientare quote rilevanti di consenso sociale nel libero gioco democratico.

Prima “salvati” dal boom… Siamo tuttavia entrati in una fase storica nuova nella quale le vecchie strategie di sopravvivenza messe a punto nella Prima Repubblica, sono divenute impraticabili, sicché il Paese, a meno che non si ponga in essere una brusca inversione di tendenza, rischia di avviarsi sulla via della grecizzazione, nonostante le nuove politiche di austerità. Nell’Italia degli anni del boom economico, i costi globali di corruzione, evasione fiscale e mafie furono metabolizzati e riassorbiti grazie ad un ciclo economico espansivo talmente elevato da consentire di accumulare comunque le risorse fiscali necessarie per impiantare lo Stato sociale e per garantire una redistribuzione dei redditi che finanziava la capacità di spesa e di consumo delle masse popolari, contribuendo alla crescita del mercato interno nazionale.

… poi dall’inflazione e dalle collusioni. Dopo la chiusura di quella fortunata parentesi storica, iniziò una seconda fase, protrattasi sino agli inizi degli anni Novanta, nella quale per compensare il mancato introito fiscale dovuto all’evasione, per finanziare gli enormi costi della corruzione e per continuare a gestire la spesa pubblica come instrumentum regni, si fece ricorso sempre più massiccio all’inflazione. Il ricorso alle svalutazioni competitive della lira consentiva inoltre di rimettere in pari il bilancio del commercio estero, e costituiva una facile scorciatoia per un mondo imprenditoriale che in buona parte si era ormai adagiato sui guadagni facili garantiti da rapporti collusivi con il ceto politico, dispensatore di commesse e finanziamenti pubblici. Si trattava di un’economia in buona misura drogata che teneva a galla un Paese che aveva messo a punto una ricetta di breve termine per coniugare illegalità di massa ed economia all’interno di un sistema domestico che poteva autogestirsi contando su risorse illimitate, grazie alle carte truccate di cui si è detto. E fu soprattutto a causa di tali carte truccate che il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo passò da quota 62,4 per cento del 1979 a quota 124,2 nel 1994. Il libero mercato fondato sulla concorrenza garantita dal rispetto di regole legali era stato progressivamente sostituito, in molti comparti importanti, da un arcipelago nazionale di mercati protetti, soggetti a barriere di ingresso, e che si autoregolavano secondo codici illegali alternativi, finalizzati a eliminare i costi ed i rischi della concorrenza, scaricando enormi oneri economici sul bilancio statale.

Tangentopoli e le mafie. La tempesta di Tangentopoli mise a nudo nel settore dei pubblici appalti, una delle tante declinazioni di una economia assistita ed illegale che aveva eliminato la selezione meritocratica nel mondo delle imprese, rendendo superfluo l’investimento in innovazione e ricerca. Tutto si giocava sul terreno degli accordi collusivi, chi entrava a farne parte aveva una rendita di posizione garantita. Nel Meridione, a differenza che nel centro nord, esisteva una variante locale che blindava ancor di più il sistema. Come hanno certificato decine di sentenze penali definitive, nelle cabine di regia che regolavano i mercati protetti, oltre che politici, imprenditori, liberi professionisti, erano entrati a far parte anche i vertici della borghesia mafiosa e della mafia militare. La suddivisione delle tangenti e dei ricavi di tale sistema tra tutti i suoi componenti avveniva secondo regole codificate che venivano puntualmente rispettare al nord come al sud, a testimonianza della forza cogente di tali regole e, quindi, dell’esistenza di una costituzione materiale dotata di effettività normativa, alternativa alla Costituzione formale priva di effettività.

Anche l’evasione fiscale di massa faceva parte della Costituzione materiale del Paese sulla base di tacito patto collusivo tra classe politica e imprenditoriale secondo cui si chiudevano entrambi gli occhi sulle tasse evase sui profitti di impresa che venivano utilizzati, oltre che per finanziare le tangenti per la corruzione, anche per compensare l’esborso degli oneri fiscali sui costi del lavoro subordinato e per garantire il livello delle retribuzioni.

Il sistema Italia così descritto consentiva anche la coesione Nord-Sud all’insegna di reciproche convenienze. La spesa pubblica, alimentata pro quota anche con i prelievi fiscali effettuati al nord del Paese, veniva utilizzata al sud per finanziare enormi reti clientelari, garanzia di un voto di scambio fidelizzato che assicurava il consenso elettorale ai partiti di maggioranza. Si trattava del cosiddetto management del sottosviluppo consistente nella consapevole scelta politica di riprodurre catene di sudditanza economica in alternativa alla promozione dello sviluppo economico. Lo sviluppo infatti determina la progressiva emancipazione economica delle masse popolari e promuovendo lo statuto della cittadinanza al posto di quello della sudditanza, trasforma il voto di scambio fidelizzato in libero e ingovernabile voto di opinione, in grado di sconvolgere l’equilibrio generale del sistema.

Il finanziamento del management del sottosviluppo garantiva un ritorno economico, sempre a spese dell’erario, anche per i distretti produttivi del nord, compensativo del prelievo fiscale pro quota operato in quei territori, in quanto finanziava la capacità di spesa e di consumo del ceto medio meridionale. Il mercato interno del sud sosteneva quello del Nord all’interno di un circuito che, tuttavia, non era autosufficiente necessitando di essere continuamento alimentato con la spesa pubblica.

Maastricht punto di svolta. Dalla metà degli anni Novanta siamo entrati in una terza fase storica estremamente pericolosa perché da una parte la corruzione, l’evasione fiscale, il management del sottosviluppo e le mafie restano realtà costanti e anzi ingravescenti, dall’altra sono venute meno tutte le leve alle quali il sistema Italia aveva affidato la sua strategia di sopravvivenza per coniugare illegalità di massa ed economia. Il punto di svolta si è verificato a seguito dell’adesione dell’Italia al trattato di Maastricht che ha posto fine alle svalutazioni competitive e, imponendo rigorosi vincoli ai bilanci statali dei Paesi aderenti, ha impedito di finanziare la continua lievitazione della spesa pubblica tramite il ricorso all’inflazione.

Come restare in piedi? Come si fa allora a sostenere gli enormi costi macroeconomici generati dal male italiano? Come finanziare un debito pubblico che nel 2011 ha toccato l’ennesimo record arrivando a quota 1890,60 miliardi di euro, 47 miliardi in più dell’anno precedente, 283 miliardi in più in più rispetto al 2006? Dove reperire i fondi necessari per compensare il mancato introito annuo di 120 miliardi evasione fiscale, buona parte della quale è evasione totale o derivante dall’economia sommersa, il cui fatturato ammonta a 300 miliardi di euro?

I capitali italiani illecitamente esportati all’estero – e sui quali i proprietari non hanno pagato un centesimo al fisco – si aggirano tra i 500 e i 700 miliardi. Nelle casse dello Stato sono venuti a mancare 230 miliardi di introiti fiscali, tutta liquidità immediata che se correttamente investita per sostenere lo stato sociale e per rilanciare la politica industriale, ci avrebbe consentito di restare alla pari della Germania, Paese che non essendo zavorrato dagli enormi costi macroeconomici dell’illegalità di massa, ha brillantemente superato la crisi internazionale garantendo la piena occupazione e salari per il lavoro dipendente doppi rispetto a quelli italiani.

E dove trovare i fondi necessari per compensare i costi macroeconomici di 60 miliardi di euro della corruzione, in gran parte impunibile grazie alla legalizzazione del conflitto di interessi, cioè dell’interesse privato in atti di ufficio, e alla costruzione di un vero e proprio scudo impunitario per il vastissimo universo sociale che vive dell’indotto della corruzione?

Uno scudo impunitario realizzato con l’enervazione del reato di abuso di ufficio ridotto a un cane che abbaia ma non può mordere, con la depenalizzazione o il depotenziamento dei reati fiscali e della criminalità economica, con la prescrizione garantita per la gran parte dei reati di corruzione grazie alla combinazione micidiale di tre fattori: 1) termini di prescrizione dei reati che decorrono non dal momento in cui i reati sono accertati ma da quelli in cui sono stati segretamente consumati 2) termini ridotti da quindici anni alla metà; 3) termini che, per di più, a differenza di quanto previsto da altri Paesi europei, non vengono interrotti con l’esercizio dell’azione penale o con la sentenza di primo grado, ma continuano a decorrere sino alla sentenza di terzo grado della Cassazione. Il tutto in un processo penale che, unico caso al mondo, ha ben tre gradi di giudizio e dunque una durata inevitabilmente superiore a quella degli altri Paesi.

Lo “spread” della corruzione. Una corruzione che, a parte i suoi costi economici, sta facendo pagare al Paese il prezzo elevatissimo del crollo della fiducia internazionale nel sistema Italia e della caduta della credibilità dello Stato dinanzi ai suoi stessi cittadini per la sua impotenza a debellare il fenomeno. Una corruzione che condanna al rachitismo il mercato interno ed il tessuto imprenditoriale nazionale perché premia e rende vincente la parte più spregiudicata del mondo imprenditoriale: quella che sbaraglia la concorrenza e abolisce la selezione meritocratica utilizzando le carte truccate delle relazioni collusive con il mondo politico e amministrativo, per ottenere commesse pubbliche, finanziamenti, erogazioni del credito, le licenze necessarie per avviare e gestire l’attività.

Così come negli anni Ottanta e Novanta, la corruzione resta la madre della creazione di mercati protetti, della costruzione di oligopoli, della ibridazione tra colletti bianchi del mondo politico-imprenditoriale e quelli della mafia. Non è certo un caso che la nuova stagione antimafia di Confindustria sia stata inaugurata in Sicilia da imprenditori come Antonello Montante e Ivan Lo Bello che operano in settori di mercato (costruzione di ammortizzatori e prodotti dietetici) per i quali non è necessario passare attraverso le forche caudine e le sabbie mobili dei potentati locali e delle burocrazie. Non è un caso che nel Meridione il settore della produzione dell’energia eolica che necessita del rilascio di numerose autorizzazioni, abbia visto emergere personaggi legati alla mafia e a potenti referenti politici, come attestano vari processi penali.

La corruzione nel mirino? No, lo Stato sociale. Non essendo possibile intervenire per debellare la corruzione, divenuto purtroppo un rimosso e spinoso affare di famiglia trasversale alle classi dirigenti nazionali, non essendo altresì possibile intervenire incisivamente sull’evasione fiscale e su altre illegalità di massa perché ritenuto penalizzante sotto il profilo del ritorno elettorale, si è così scelta una terza via: invece di tagliare i costi dell’illegalità, si sono tagliati i costi dello Stato sociale e gli investimenti destinati a innovare e rendere competitivo il sistema imprenditoriale del Paese.

Tagli alla scuola pubblica, ai fondi per la ricerca, ai servizi degli enti locali, alla sanità, riduzioni e congelamenti di stipendi eccetera. Strategia perdente che rischia di strangolare il Paese con la corda dei suoi vizi storici, avviandolo sulla strada di una occulta grecizzazione. Il taglio lineare delle provvidenze dello Stato sociale, al netto della razionalizzazione delle risorse e della eliminazione degli sprechi, ha determinato infatti come immediato contraccolpo l’impoverimento del ceto medio e delle masse popolari la cui capacità di spesa e di consumo è stata sempre più compressa dalla triplice tenaglia della riduzione delle retribuzioni (le più basse in Europa), dell’incremento del carico fiscale diretto e da quello indiretto (Iva, tasse sulla benzina e sull’energia), e infine, della necessità di pagare servizi prima gratuiti o garantiti a prezzo politico dallo Stato sociale (dagli asili nido, all’assistenza agli anziani, dall’aumento del ticket sanitario ai costi dei trasporti pubblici e via elencando).

La riduzione coatta dei consumi di massa determina la conseguente riduzione degli ordinativi ed il calo della produzione. Producendo meno le imprese versano minori imposte allo Stato, innescando così un avvitamento recessivo sempre più pericoloso. Tutto ciò rischia di avere ricadute negative anche per la coesione nazionale. La progressiva riduzione dei fondi pubblici trasferiti dal centro alla periferia, ha infatti accelerato ed aggravato la crisi dell’economia meridionale, elevando a picchi mai raggiunti prima la disoccupazione, contraendo bruscamente la capacità di spesa del ceto medio meridionale e contribuendo a divaricare ulteriormente la forbice economica tra nord e sud.

Così il sud rischia l’isolamento (anche fisico). L’ulteriore conseguenza è che il Meridione perde sempre più appeal come mercato interno per i prodotti del nord, risultando meno remunerativo rispetto a nuovi mercati emergenti come quello cinese dove 250 milioni di nuovi ricchi aspirano a modelli di vita di tipo occidentale e acquistano beni di lusso e voluttuari ormai interdetti a quote sempre crescenti dell’impoverito ceto medio nazionale. Componenti significative delle classi dirigenti nordiste da tempo considerano quindi la questione meridionale come una partita perduta dalla quale disinvestire. Prova ne sia la che la questione meridionale è stata cancellata dall’agenda politica ed è stata completamente soppiantata dalla questione settentrionale.

E in questa direzione sembra muoversi anche la scelta strategica delle Ferrovie dello Stato di fermare le linee ferroviarie di alta velocità sino alla linea Maginot del centro Italia, tagliando fuori dal sistema dei trasporti veloci tutto il sud, le cui linee interne sono state per di più drasticamente ridotte. Nessuna meraviglia dunque se autorevoli commentatori da tempo sostengono che il sud deve essere restituito al suo destino ed affidato ad una economia autoportante alternativa del tipo “porto franco”.

Quando si chiede di specificare cosa in concreto ciò significhi, ci si sente rispondere con soluzioni del tipo: liberalizzazione delle case da gioco, defiscalizzazione della benzina, detassazione dei profitti di impresa in cambio di una totale deregolamentazione delle relazioni industriali e via elencando. Insomma una sorta di Singapore del Mediterraneo, libera prateria per gli animal spirits di un capitalismo deregolato all’interno del quale la criminalità organizzata avrebbe aggio di fare la parte del leone. E certo corrono i brividi lungo la schiena, ricordando che una delle richieste di Salvatore Riina contenute nel famoso papello per trattare con lo Stato la fine delle stragi del 1992, consisteva proprio nella defiscalizzazione della benzina.

All’interno di questo nuovo panorama macropolitico – che a sua volta potrebbe inscriversi in un più ampio progetto diretto a suddividere l’Europa in una ‘Zona euro uno’ per i Paesi forti e in una ‘Zona euro due’ per quelli deboli – il centro nord, liberatosi della zavorra meridionale e ottimizzando il reinvestimento delle risorse prodotte nel territorio in opere infrastrutturali, potrebbe aspirare a integrarsi nella ‘Zona euro uno’, lasciando il Sud alla ‘Zona euro due’. Si tratta della versione colta e prudente di un progetto di secessione economica nazionale soft affidata al naturale decorso degli eventi; lo stesso progetto che l’impaziente Lega Nord vorrebbe affidare a indebite e pericolose forzature della Storia.

L’impossibilità, per i motivi che si è detto, di porre fine allo statuto impunitario di cui gode il vastissimo popolo che vive dell’indotto della corruzione e del managemenent del sottosviluppo, vota all’insuccesso anche quel residuo di politica keynesiana che mira al rilancio dell’economia mediante nuovi investimenti nelle opere pubbliche e nel sostegno allo sviluppo delle imprese, anche grazie all’utilizzo dei fondi comunitari. Come la lezione dell’esperienza, insegna, immettere soldi pubblici in canali istituzionali infestati da enormi ragnatele corruttive e clientelari, equivale infatti a pompare acqua in un sistema idrico le cui condutture sono fuori controllo e lungo il cui percorso è costante il pericolo di emungimenti ed allacci abusivi, sicché alla fine del percorso l’acqua che arriva a destinazione è troppo scarsa per irrigare i campi, per dissetare la popolazione e, talora, è pure infetta.

L’esperienza fallimentare dei fondi erogati dalla legge 488 e di quelli comunitari è solo uno dei capitoli più recenti di una storia che con infinite varianti dal Dopoguerra sino ai nostri giorni, si replica sempre identica a se stessa nei suoi esiti finali: sistematica dispersione-predazione delle risorse destinate allo sviluppo, irresponsabilità politica dei gestori dei flussi di spesa, eterna impunità penale garantita a tutti i principali protagonisti delle vicende corruttive. La corruzione impedisce anche di programmare e quantificare la spesa per opere pubbliche, costringendo talora a rinunciarvi per ragioni di prudenza contabile. In altri termini come si fa ad avere la garanzia che il costo preventivato di cinque miliardi di euro di un’opera pubblica, oggi compatibile con le risorse di bilancio, non lieviti nel tempo del doppio o del triplo a causa del moltiplicatore occulto e incontrollabile della corruzione?

La vera sfida per reggere il Paese: la legalità. Esiste dunque in Italia una inscindibile correlazione tra questione economica e questione dell’illegalità che consente di replicare per il nostro Paese la stessa diagnosi che nel 2010 Alexis Papahelas formulò per la Grecia. Non per problemi etici, né per problemi di giustizia, ma per evitare che la sindrome greca continui a pregiudicare e forse a compromettere definitivamente la ripresa economica del Paese, precipitandolo in una spirale di declino irreversibile, la vera sfida con la quale deve misurarsi oggi il governo Monti, e con la quale dovrà misurarsi domani chiunque avrà la guida del Paese, si muove dunque sul terreno ineludibile del ripristino della legalità e del principio di responsabilità, coniugando legalità e sviluppo, Stato regolatore e libero mercato.

La nascita del governo tecnico ha aperto una pausa di sospensione e ha determinato una temporanea aperura di credito internazionale pagata a caro prezzo con una manovra lacrime e sangue che ha ulteriormente compresso la già ridotta capacità di spesa delle masse popolari, schiacciata tra l’incudine della diminuizione delle retribuzioni e il martello dell’aumento delle imposte e dei prezzi. Sotto la coltre del tempo sospeso, il male italiano intanto continua, giorno dopo giorno, a erodere la polpa viva della residua ricchezza del paese e a impedirne la ripresa, mentre il potere interdittivo delle forze politiche impedisce di varare le riforme necessarie per imporre una inversione radicale del senso di marcia: la riforma delle tante norme che hanno sinora garantito lo statuto impunitario dell’Italia illegale, l’introduzione di norme necessarie per restituire credibilità allo Stato mediante la regolazione del conflitto di interessi e il ripristino della selezione meritocratica nei posti pubblici, l’introduzione di norme dirette ad eliminare indebite posizioni di oligopolio e mercati protetti in settori strategici dell’economia e molto altro che la brevità di questo intervento non consente di elencare.

In tutti questi terreni si procede ancora con estenuanti trattative che rischiano continuamente di arenarsi nelle sabbie mobili dei rinvii, di soluzioni minimaliste e inefficaci, nella sostituzione dell’esibizione mediatica di muscoli rispetto alla concreta ed incisiva azione legislativa. Ci si sente ripetere che la politica si nutre di realismo. Ma è bene assumere consapevolezza che oggi di realismo il Paese rischia di morire, se per realismo si intende la necessità di adattarsi alla situazione esistente per l’impraticabilità politica di soluzioni alternative. Forse è tempo di gettare il cuore oltre l’ostacolo, di elevarsi al di là dei limiti della nostra storia, che, per molti versi, assomiglia a quella greca. Siamo stati proiettati nella modernità del Ventesimo secolo ancora impreparati, quando eravamo ancora un popolo di ex contadini, di servi e padroni, che delegavano la soluzione salvifica dei loro mali ai padri salvatori, agli uomini della provvidenza, ai duci, agli unti dal Signore.

Dobbiamo elevarci da noi stessi. Dopo lo sprint degli anni Sessanta realizzato in parte con la cinesizzazione dell’economia italiana ed in parte grazie alla genialità innovativa della nostra migliore imprenditoria, siamo ricaduti nei nostri vecchi vizi andando avanti con l’economia magliara e assistita degli anni Ottanta, nella quale la risalente cultura contadina della roba si è saldata con quella del nuova cultura del profitto senza regole e senza rischi. Ce lo siamo potuti permettere perché giocavano in casa all’interno di un’economia domestica. Oggi le sfide della postmodernità e della competizione globale non ci consentono più di adagiarci nei nostri vizi e di restare prigionieri dei nostri limiti. La ricreazione è finita: o ci solleviamo al di sopra di noi stessi o rischiamo di restare vittime di un destino che, così come è avvenuto in Grecia, rischia di compiersi “democraticamente”.

di Roberto Scarpinato

Procuratore generale presso la Corte di appello di Caltanissetta