Lo so, lo so. Ne ho già parlato ma il tema mi sta molto a cuore. Poi gli antichi dicevano che “repetita juvant”. Quindi ne parlo ancora perché è stata appena pubblicata l’edizione 2011-12 della classifica annuale delle università del mondo stilata dalla rivista Times Higher Education. Nulla di nuovo: le università italiane, le più antiche e una volta prestigiose del mondo, nelle prime cento semplicemente non ci sono. Nemmeno una.

Già sento il coro degli accademici, ricercatori, assistenti, tecnici, uscieri e bidelli che salmodiano con voce unica e intonata che la classifica non vale nulla, che i criteri sono sballati, che loro, tutti loro, di ogni ordine e grado sono belli, bravi e bravissimi. I 17mila 554 professori ordinari con almeno 16 anni di esperienza appartenenti a università di 149 paesi i cui pareri hanno definito la classifica in base alla reputazione non hanno capito nulla, capiscono poco e capiranno ancora meno. Comunque sia, al primo posto c’è Harvard. Al solito. Poi il MIT. Al terzo posto Cambridge, Regno Unito. Nelle prime 50, 29 sono statunitensi, 3 australiane, 2 giapponesi, una tedesca, una svizzera, una di Hong Kong, le cinesi sono 2, 6 del regno Unito, Singapore una, canadesi 3. Italiane nessuna. Chi se ne importa della reputazione -continua il salmo di cui sopra- ben altri sono i parametri che contano! Giusto. La classifica, chiamiamola “generale”, tiene conto di 13 indicatori di prestazione raggruppati in 5 aree: Insegnamento, Ricerca, Citazioni, Relazioni con l’industria, Internazionalità. Rispettivamente valutano l’ambiente di apprendimento; la quantità, reputazione e valore economico della ricerca; influenza della ricerca svolta; innovazione; personale, studenti e ricercatori. (Chi ne vuole sapere di più sulla metodologia può trovare informazioni e spiegazioni a questo (link).

Secondo questa altra classifica Harvard scende al secondo posto e al primo svetta il Caltech, ovvero il California Institute of Technology. La prima delle italiane? L’università di Bologna sta da qualche parte fra il posto 226 e 250. Se si guarda alla sola Europa, la prima università italiana è sempre l’Alma Mater bolognese, al duecentododicesimo posto.
Se invece si guarda alle classifiche per settore di attività –Ingegneria e Tecnologia, Arte e Scienze umanistiche; Scienze mediche; Scienze biologiche, Scienze fisiche e Scienze sociali- in nessuna di esse compare fra le prime 50, un’università italiana.

Incredibile -conclude il salmo già citato e sempre urlato- quanto questi del Times Higher Education insieme ai 178mila 500 accademici di 137 paesi non capiscano proprio nulla.

Avere università di qualità mondiale è elemento essenziale per le nazioni per alimentare e sostenere nel tempo una economia dinamica, capace di crescere, di attrarre investimenti. Non c’è crescita, occupazione, generazione di ricchezza e benessere senza educazione di altissima qualità. Si parla tanto di strategie e non ci si rende conto di quanto sia strategica l’università e l’educazione di ogni ordine e grado.

Onorevole, ex-Magnifico, di certo ancora Chiarissimo Professor Profumo: si fa qualcosa prima che finisca di evaporare tutto?