Gianni Letta con Silvio Berlusconi

Per trovare l’ultimo, dimenticato corriere delle tangenti della Prima Repubblica bisogna arrivare fin quassù, in Alta Savoia, panorama mozzafiato, con una corona di monti a fare la guardia alla valle che si apre in territorio francese, appena sbucati dal tunnel del Monte Bianco. Roberto Buzio, 63 anni, dal 2004 è cittadino francese. Molti quassù lo ricordano come il gestore di “Les Dômes de Miage“, un delizioso ristorante di Saint Gervais les Bains specializzato nei risotti italiani. Ma ora ha riposto il cappello da chef e si occupa di compravendite immobiliari, insieme con la giovane moglie, che negli anni Ottanta in Italia partecipò come cantante a un’edizione del festival di Sanremo.

Tangenti pagate fino al 1992 ai partiti della Prima Repubblica da Silvio Berlusconi, attraverso Gianni Letta. È questo che racconta, pur con mille cautele. Perché nella sua vita precedente, che non ha mai dimenticato, Buzio era – ripete con orgoglio – “un uomo politico” nell’Italia dei partiti: “Sì, sono stato per quindici anni il segretario di Giuseppe Saragat. E poi, dopo la sua morte, ho continuato a fare politica per il Psdi, il partito socialdemocratico”. Nel 1993 di Mani pulite ha dovuto scappare dall’Italia, per evitare l’arresto. Ha cominciato la sua nuova vita in Francia. Ma prima che tutto crollasse, ha fatto in tempo a sapere e vedere molte cose. “Antonio Cariglia, ultimo presidente del Psdi, mi chiese di andare da alcuni imprenditori a raccogliere contributi per il partito. Tra questi, c’era anche Berlusconi, che fino al 1992 ha sostenuto i partiti della Prima Repubblica. Ho ricevuto diversi contributi di Berlusconi dalle mani di Gianni Letta. L’ultimo, a ridosso delle elezioni dell’aprile 1992: avevamo capito che erano l’ultima spiaggia. Lo andai a ritirare in un ufficio nel centro di Milano. Quella volta non c’era Letta, ma un altro personaggio”.

Negli archivi di Mani pulite c’è la traccia di una tangente pagata da Letta a Buzio: 70 milioni di lire, versati nel 1989. Anche Letta l’ha ammessa, in un interrogatorio ad Antonio Di Pietro. Ma tutto è coperto dalla provvidenziale amnistia che arrivò quell’anno. “Intanto non erano 70, bensì 200 milioni”, racconta oggi Buzio. “E poi rivelammo solo quella, d’accordo con i nostri avvocati, perché sapevamo che era annullata dall’amnistia. Ma i pagamenti continuarono fino al 1992. Erano parecchie centinaia di milioni. Non solo, nell’ambiente sapevamo che a riscuotere non era soltanto il Psdi: Berlusconi sosteneva tutto il pentapartito”.

Di più non vuol dire. Buzio anzi s’arrabbia se gli si chiede di specificare fatti, nomi, luoghi, cifre. “Siete come Di Pietro. Ma Di Pietro ha distrutto l’Italia, ha preso solo i ladri di polli, ha provocato la morte civile di migliaia di persone, ha rovinato la vita a quelli come me. Sì, ho ritirato contributi per il partito. L’ho fatto e lo rifarei: era una giusta ridistribuzione del reddito, erano soldi che gli imprenditori restituivano ai cittadini . Noi li abbiamo usati per fare politica”.

Non è un “pentito”, dunque, Roberto Buzio. Anzi. Continua a essere orgoglioso del ruolo che ha avuto, a fianco di Saragat. Ed è rimasto un implacabile nemico dei magistrati: “I pm di Milano hanno compiuto ingiustizie gravissime. E il gip Italo Ghitti ha disposto il mio arresto, il 26 febbraio 1993, senza uno straccio di prova, solo la parola di Enso Papi, l’amministratore delegato di Cogefar Impresit, gruppo Fiat, che non conosceva neppure il mio nome: nei verbali mi chiama Burzio, invece che Buzio. Sosteneva di avermi consegnato 300 milioni per un appalto Enel. Macché appalti Enel! Era il sostegno della Fiat al partito. Si può arrestare un uomo solo sulla base di chiacchiere? Io ho una storia, mio padre Luigi Buzio, prima di me, è stato senatore del Psdi. E io non sono finito a San Vittore soltanto perché ero già qui in Francia”.

Poi gli avvisi di garanzia si moltiplicarono, Buzio trattò “la resa” tramite i suoi avvocati (“Chissà chi li ha pagati? Io ho dato loro solo qualche milione, chi avrà versato il resto?”), evitò il carcere. Fu interrogato dai magistrati, poi vennero i patteggiamenti e le assoluzioni. “Sono stato interrogato più volte, da Antonio Di Pietro e da Gherardo Colombo. E ho capito questo: delle tante cose che noi indagati dicevamo, solo alcune venivano sviluppate, altre erano invece lasciate cadere. Io già allora avevo accennato a Berlusconi, ma nessuno mi ha chiesto di approfondire. Berlusconi, diventato grande fan di Mani pulite, è stato salvato da Di Pietro, almeno fino al 1994. Se lo avessero indagato seriamente già nel 1992, la storia d’Italia sarebbe stata diversa. Ai pm ho riferito anche di un contributo promesso dal segretario di Gianni Agnelli a Roma: Di Pietro si segnò il nome su un foglietto, poi non ne fece niente. Ecco la mia rabbia: alcuni sono stati perseguitati, altri sono stati salvati”.

Buzio guarda fuori dalla finestra i monti, la valle, le luci che si accendono. “Se la sono presa con Domenico Modugno, a cui il mio partito aveva dato 500 milioni di lire per fare dei concerti durante la campagna elettorale. E hanno distrutto in un attimo chi come me aveva fatto politica tutta la vita. Non hanno invece perseguito i furbi che sono ancora oggi in azione. Cosa crede? Che non sarei potuto andare anch’io da Berlusconi, negli anni scorsi? Ora sarei deputato. Ma a me interessa ristabilire la verità storica. Lo farò, a ogni costo. Ho preferito fare il cuoco: Saragat, che conosceva bene la Francia, mi diceva: ‘In Francia rispettano due figure: il sindaco e lo chef’. Io ho fatto lo chef. Adesso non voglio vendetta, ma giustizia. Avrei tante cose da raccontare, sui furbi e sui riciclati”. Così parla Roberto Buzio, irriducibile della Prima Repubblica. Poi si richiude nel suo silenzio, mentre in Alta Savoia cade la notte.

da Il Fatto Quotidiano del 14 marzo 2012