Una causa per la violazione di 10 brevetti riguardanti pubblicità online, gestione dei social network e invio di messaggi. A portare in tribunale Facebook è Scott Thompson, il nuovo amministratore delegato di Yahoo! incaricato di rilanciare il colosso del Web. Thompson ha assunto la carica a inizio 2012 dopo l’abbandono-allontanamento dell’ex CEO e co-fondatore Jerry Yang, al quale è stato più volte rimproverato il rifiuto di aderire all’acquisizione proposta da Microsoft nel 2008 per l’astronomica cifra di 44,6 miliardi di dollari. La notizia della causa intentata a Facebook rappresenta una conferma del periodo poco felice per l’azienda californiana, per la quale si parla ormai apertamente di crisi. Le battaglie sui brevetti software, infatti, rappresentano da sempre una delle ultime armi a disposizione delle aziende del settore. Ora sembra che anche Yahoo! abbia deciso di ricorrervi puntando direttamente al “bersaglio grosso”, ovvero il social network di Mark Zuckerberg.

Il periodo nero di Yahoo! è dovuto alla sostanziale sconfitta nella “guerra dei motori di ricerca” che l’ha vista opporsi a Google. I due servizi si proponevano, fino a qualche anno fa, con filosofie estremamente differenti: mentre Google si è da sempre affidata a un sistema di indicizzazione automatico, Yahoo! ha per anni proposto una classificazione dei siti legata al “fattore umano”. In sostanza, negli uffici di Sunnyvale venivano impiegate centinaia di persone per visitare, catalogare e classificare i singoli siti Web e le segnalazioni degli utenti. Una strategia che con lo sviluppo di Internet ha mostrato tutti i suoi limiti, costringendo l’azienda fondata da David Filo e Jerry Yang a convertirsi alla “filosofia Google” e ad appoggiarsi al motore di ricerca Bing di Microsoft. L’azienda, in ogni caso, ha numerosi servizi collaterali (tra cui il servizio di email e il sito fotografico Flickr) e continua a rappresentare un attore di primo piano anche nella gestione della pubblicità sul Web.

I brevetti per cui Yahoo! ha intentato la causa nei confronti di Facebook riguardano principalmente strumenti e tecniche per la gestione della pubblicità online e a leggerne la descrizione viene solo da sorridere. I primi tre brevetti citati riguardano “Metodi e sistemi per l’ottimizzazione del posizionamento delle pubblicità in una pagina Web”. Altri riguardano i sistemi di gestione della privacy, che in Facebook hanno un ruolo ormai centrale. Nonostante i contenuti vaghi la legislazione americana in tema di brevetti lascia ampio spazio a questo tipo di operazioni, con il risultato di favorire la crescita di un contenzioso infinito su “innovazioni” piuttosto discutibili. Non stupisce che gli uomini di Zuckerberg abbiano immediatamente definito la causa “sconcertante”, annunciando che daranno battaglia in tribunale per bloccare le pretese dell’azienda di Sunnyvale.

La questione dei brevetti ha sempre suscitato polemiche infuocate e in prima linea per contrastare la brevettabilità del software ci sono, da sempre, i sostenitori dell’Open Source e dei sistemi Linux. La loro posizione è semplice ed estremamente logica: brevettare un’innovazione software ostacola il progresso stesso dell’informatica e crea barriere invalicabili. Nella storia recente dell’informatica, però, o tentativi di lucrare su brevetti “definitivi” non sono mancati. Basti ricordare, a proposito, il tentativo di brevettare procedure come il download dei driver da Internet o l’invio di allegati tramite posta elettronica. Gli esempi non mancano neanche In Europa, dove i brevetti software sarebbero esplicitamente vietati. Nel 2006, per esempio, Philips ottenne il brevetto per il “menu contestuale che si apre con un clic del tasto destro del mouse”. Il brevetto fu concesso con la motivazione che “l’innovazione non coinvolge il solo software”. Le cronache, però, non riportano di alcuna occasione in cui Philips abbia provato a far valere il brevetto in un’aula di tribunale.