Gli inviti sono stati spediti da giorni. Alla cena elettorale del Pdl ci saranno imprenditori e politici. A far da quinta un’antica villa romana. L’attesa è tutta per Silvio Berlusconi. E’ il 26 novembre 2009. Da poco più di un anno il Cavaliere siede sulla poltrona di presidente del Consiglio. Qualcosa, però, in quella sera d’autunno non torna. Sulla lista degli ospiti c’è un nome da tempo nel mirino degli investigatori: si tratta di Giulio Lampada, braccio finanziario della potente cosca Condello, oggi in carcere. Il dato è messo agli atti dell’ultima inchiesta sui clan in Lombardia. Carte che raccontano come la ‘ndrangheta per due volte nel 2009 sia stata a un passo dal sedere a tavola con Berlusconi.

La prima volta il 18 maggio, quando in una villa lombarda un tesoriere del Pdl invita alla corte del premier il boss Paolo Martino, poi arrestato nel 2011. La seconda il 26 novembre, quando assieme a Giulio Lampada ci sarà il consigliere regionale calabrese Francesco Morelli, un politico legato al sindaco di Roma Gianni Alemanno. E proprio grazie alle buone entrature dello stesso Morelli, l’uomo della ‘ndrangheta otterrà “la documentazione” per sedersi a un tavolo così importante. Peccato che due anni dopo, il 30 novembre 2011, sia Lampada che Morelli finiranno in carcere: il primo per mafia, il secondo per concorso esterno. Un reato, quest’ultimo, sempre più difficile da dimostrare penalmente, ma che sempre mette in rilievo l’incapacità dei politici di selezionare i propri interlocutori. La vicenda Lampada ne è un esempio. Lui, dopo quell’invito a cena, diventerà protagonista dell’indagine milanese sui colletti bianchi.

A ridosso del Natale scorso, l’inchiesta fa scattare le manette anche per il giudice Vincenzo Giglio e per l’avvocato Vincenzo Minasi. In quel momento si percepisce la capacità delle cosche di accedere nelle stanze del potere. Il gip Giuseppe Gennari la spiega con il “meccanismo delle conoscenze concatenate” attraverso le quali “i Lampada possono entrare in contatto con personaggi di rilievo governativo”. Personaggi come l’ex premier. Intanto, venti giorni dopo gli arresti, l’avvocato Minasi inizia a parlare con i magistrati chiarendo la cena del 26 novembre. Al legale, originario di Palmi, viene chiesto conto di un’intercettazione dove si parla di una certa documentazione. Cosa significa? “E’ esattamente la cena con Berlusconi”, inizia il legale. Quindi spiega: “La documentazione si riferisce all’accredito che Lampada ha fatto tramite Morelli”.

L’avvocato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ribadisce il concetto: “Che la cena fosse col Presidente Berlusconi è fuori discussione”. Anche se, secondo lui, all’ultimo momento l’incontro “slittò per impegni di Berlusconi”. “Il presidente era arrabbiato”, dirà proprio per questo Lampada al telefono mentre la polizia intercetta tutto. Resta il fatto che Lampada nel mondo politico della Capitale è di casa. Solitamente alloggia all’hotel Parco dei Principi. In città ha intrecciato relazioni importanti. E già il 13 novembre 2009, due settimane prima dell’invito a cena con il Cavaliere, è a Roma. Obiettivo: ottenere appoggi con i dirigenti dei Monopoli. Il settore che lo ha reso un imprenditore di successo è, infatti, quello dei videopoker.

Ora il colletto bianco dei clan tenta di ottenere la licenza direttamente dallo Stato. Quel giorno ha un appuntamento con un funzionario. Il tutto grazie alla mediazione dell’onorevole Mario Valducci, collaboratore di Berlusconi della prima ora e fondatore con lui di Forza Italia. Valducci non è indagato. Ma gli sforzi di Lampada per entrare i contatto con il centro-destra vengono descritti dal gip con parole dure: “L’ambiente politico (…) è caratterizzato da un sistematico scambio di favori e di reciproche influenze per il perseguimento di interessi solamente privati”. Tanto più che “il passaggio sulle possibili tangenti necessarie per oliare i meccanismi dei Monopoli è altamente verosimile”. Per il giudice non è un caso che in quel periodo lo stesso Morelli, attivissimo nel sollecitare i contatti con Valducci, abbia “ottenuto il pagamento di 50 mila euro dai Lampada”.

Insomma, la ‘ndrangheta dimostra la sua capacità di penetrazione nei partiti. E’ la teoria delle amicizie concatenate. Da un lato la politica romana (e milanese), dall’altro Francesco Morelli, “uno che – dirà Lampada – conosce anche le pietre”. Ed è proprio il consigliere regionale che il 3 febbraio scorso verbalizza i passaggi che precedono la cena di partito. “In mattinata vado al Parco dei Principi, ove lui (Lampada, ndr) alloggiava”. L’imprenditore sale a bordo dell’auto del politico. “Abbiamo proseguito regolarmente – dice Morelli – e mi sono fermato al Corpo forestale dello Stato”. Subito dopo Lampada chiede al consigliere di tornare in albergo. “Lo abbiamo riaccompagnato”.

Insomma il contatto tra il premier e il presunto boss, secondo lui, è stato mancato per un soffio. Esattamente come era accaduto il 18 maggio in occasione di una cena che si teneva a villa Germetto a Lesmo. A organizzarla Luca Giuliante, avvocato di Lele Mora e all’epoca tesoriere regionale del Pdl. Scopo: finanziare la campagna elettorale di Guido Podestà. Solo quaranta gli ospiti, tra loro ci sarebbe dovuto essere Paolo Martino, legato alla cosca De Stefano, assente all’ultimo momento. L’invito arriva da Giuliante che raccoglie i desiderata dell’ndranghetista di poter incontrare l’ad di Impregilo e presidente di Bpm Massimo Ponzellini. Questo l’abboccamento telefonico dell’avvocato: “Siccome tu mi avevi chiesto se era possibile creare delle condizioni per conoscerlo, forse questa è la volta buona”. La solita teoria delle amicizie concatenate con le quali la ‘ndrangheta ha lanciato un’opa mafiosa alla politica italiana.