Gianluca Mascherba, il pedofilo reo confesso di Trezzano sul Naviglio

“Sono malato, aiutatemi. Sono disposto anche a sottopormi alla castrazione chimica”. La richiesta di Gianluca Mascherpa è nero su bianco nel verbale dell’interrogatorio di garanzia davanti al gip di Milano Donatella Banci Buonamici. Lui, 49enne, originario di Lecce, allenatore di una squadra femminile di pallavolo di Trezzano sul Naviglio, è stato arrestato sabato scorso per aver adescato minorenni sui social network. Sarebbero almeno dodici le ragazze avvicinate, tutte di età compresa tra gli 11 e i 16 anni. Mascherpa, attualmente detenuto nel carcere di San Vittore, è accusato di induzione a esibizioni pornografiche di minorenni, violenza sessuale e corruzione di minorenni.

Le indagini, supportate dalle prove informatiche e condotte dai carabinieri di Corsico e Trezzano, hanno permesso di ricondurre all’allenatore falsi profili attraverso i quali si spacciava per un quindicenne. Dal “corteggiamento virtuale” al “bombardamento psicologico” per indurre le ragazze a spogliarsi e masturbarsi davanti alla webcam o ad assistere mentre era lui a compiere atti di autoerotismo, Mascherpa ha ammesso ogni accusa contestata dal pm Giovanni Polizzi. Ha precisato di aver “sempre rifiutato incontri di persona” con le ragazze conosciute sui social network, ma “purtroppo – ha messo a verbale – nel virtuale scatta in me un meccanismo di eccitazione”. In realtà, però, il 49enne è stato denunciato dai genitori di alcune ragazzine, proprio perché era arrivato ad aspettarle all’uscita dalla scuola e dall’oratorio.

Eppure, su Mascherpa pesava già un provvedimento di interdizione perpetua non solo dai pubblici uffici, ma anche da attività in strutture frequentate da minori. E questo perché è stato già condannato per reati sessuali su minori. Nel 1998, a Massa Carrara, ha violentato ragazzine con la complicità dei loro genitori. Nel 2001 e poi nel 2005, è stato nuovamente arrestato dalla polizia postale del Trentino ed è tornato in libertà il 9 aprile di due anni fa. E’ riuscito, tuttavia, a celare la sua fedina penale sporca, tanto da ottenere il patentino per allenare squadre femminili di pallavolo composte anche da minori.

“Sono malato”, ha ripetuto lui, chiedendo di essere trasferito nel penitenziario di Bollate, sempre nel milanese, perché in cura presso un professore e psicologo che lì lavora. Dal settembre 2005, nel sesto reparto di quella casa circondariale, infatti, è attiva una ‘Unità di trattamento intensificato’, per la presa in carica di pedofili ed autori di reati sessuali. E’ il primo esperimento in Italia che tenta il loro recupero, per evitare che, dopo aver scontato la pena, tornino a ricommettere gli stessi abusi. I percorsi di cura, tuttavia, non prevedono il ricorso alla castrazione chimica. La terapia è vietata, ritenuta in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione italiana.

La richiesta di Mascherpa dà la stura al dibattito sul ricorso a questo tipo di castrazione, nella gran parte dei casi non definitiva, provocata da farmaci a base di ormoni che agiscono sul cervello e da qui sulla produzione di testosterone. Altrove è realtà. L’ultimo Paese a introdurla, appena una settimana fa, è stato la Moldavia, anche e soprattutto per contrastare il turismo sessuale degli stranieri. E’ legge, poi, in diverse parti degli Stati Uniti, dalla California alla Florida, dal Montana alla Georgia, dove i sex offenders possono essere costretti anche a loro insaputa, al contrario di quanto avviene in Svezia e Norvegia. In Europa, comunque, è stata la Germania la prima a introdurla, già nel 1969, e lì può essere castrato chimicamente il reo maggiore di venticinque anni che si è sottoposto a perizia medica. La applica la Danimarca, dove si è verificato che sui casi trattati non c’è stata recidività. In ultimo, a ricorrere a questa terapia sono state la Francia, nel 2006, e l’Inghilterra, nel 2008.

In Italia, due proposte di legge, a firma di Alessandra Mussolini, non si sono mai trasformate in legge, né nel 1997 né nel 2001. E il dibattito è tornato ad assopirsi dopo il giugno del 2005. La proposta era stata rilanciata da Roberto Calderoli della Lega Nord, dopo tre casi di stupro nel giro di pochi giorni, a Bologna e a Milano. Una richiesta di tolleranza zero, perché, aveva detto l’allora ministro per le Riforme, “l’unica legge che può valere è quella del taglione”.