I rigidi controlli alle frontiere, le deportazioni coatte, i respingimenti in alto mare, il sistema centralizzato dei dati e delle impronte digitali, il legame indissolubile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, la criminalizzazione diffusa e la contrazione della soggettività giuridica degli immigrati sono tutti elementi che vedono convergere le politiche sull’immigrazione in Italia verso un comune obiettivo: svalorizzare la forza-lavoro immigrata.

E’ esattamente questo che sottolinea Luigi Ferrajoli quando afferma che in Italia: “Si è venuto formando, in questo modo, un nuovo proletariato, discriminato giuridicamente e non più solo economicamente e socialmente. I nuovi lavoratori immigrati infatti, soprattutto se clandestini, non hanno diritti, e sono perciò esposti al massimo sfruttamento. Il fenomeno non è nuovo. Sempre le diverse generazioni delle classi operaie sono state formate e alimentate da flussi migratori: dall’emigrazione dalle campagne che fece nascere il primo proletariato industriale in Inghilterra; da quella italiana e irlandese negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento; dal Sud al Nord dell’Italia nel nostro secondo dopoguerra. Sempre i nuovi venuti sono stati oggetto di discriminazioni e messi in concorrenza con il vecchio proletariato. Ma oggi lo sfruttamento e l’oppressione sociale si avvalgono anche delle disuguaglianze giuridiche che intervengono, nello status civitatis, tra cittadini e stranieri», (L. Ferrajoli, Libertà di circolazione e di soggiorno. Per chi?, in AA.VV., Quale libertà. Dizionario minimo contro i falsi liberali, a cura di M. Bovero, Laterza, Roma-Bari, 2004, p. 181).

Se tale valutazione è veritiera, allora anche i Cie devono essere analizzati in tale prospettiva. I Cie, infatti, rappresentano emblematicamente le “funzioni sociali” – manifeste e latenti – attribuite alle politiche migratorie degli ultimi anni e possono essere definiti come dei “misfatti sociali totali”. La loro genesi (un tempo ipocritamente definiti Cpta – Centri di permanenza temporanea ed assistenza) e la loro costante moltiplicazione non è agevole da spiegare soltanto attraverso il punto di vista delle cosiddette politiche “securitarie”, che alimentano la paura dello straniero, o di quelle “migratorie”, che riducono il movimento migratorio a variabile dipendente delle politiche di “apertura” o di “chiusura” delle frontiere. Non è solo la paura dello straniero che può spiegarci i Cie, così come non è solo la dicotomia cittadino/non-cittadino che ci aiuterà a cogliere la loro vera essenza. L’analisi, per essere completa, dovrebbe tenere conto della collocazione di tali “istituzioni totali” nell’attuale contesto socio-economico e della loro reale funzione in tale ambito. Bisogna, cioè,  – come ci suggerisce Ferrajoli – partire dallo sfruttamento e dall’oppressione sociale a cui sono destinati gli immigrati in Italia ed in Europa.

I Cie definiscono gli immigrati, agli occhi di tutti, come un pericolo oggettivo, indipendentemente dai comportamenti effettivi, criminalizzando e stigmatizzando il fatto stesso di migrare o anche semplicemente di essere stranieri (come nel caso di quei due ragazzi, figli di genitori bosniaci, nati e vissuti in Italia). Nella catena di istituti giuridici preposti alla produzione di “clandestini” i Cie rappresentano l’anello più importante e decisivo, nonostante l’apparenza possa indurre a pensare il contrario; perché se è vero che gli stranieri sono considerati dalla legge “clandestini” prima ancora di capitare in un Cie (per essere trattenuti è necessario che venga prima emesso un decreto di espulsione), è altrettanto vero che è lì dentro che tale condizione viene suggellata pubblicamente e stabilmente. Il “trattenimento” (ma sarebbe meglio chiamarlo col proprio nome, ovvero “detenzione amministrativa”), disposto indipendentemente dalla commissione di specifici reati, sembra in realtà raggiungiere un unico obiettivo: quello di razionalizzare e normalizzare l’intero processo di clandestinizzazione degli stranieri.

La riprova di ciò la si può desumere osservando attentamente alcuni dati significativi: 1) i Cie non sono efficienti, perché non garantiscono l’effettiva espulsione degli immigrati trattenuti (a questo risultato giunse persino la Commissione De Mistura durante il governo Prodi); 2) non garantiscono la cosiddetta “sicurezza” dei cittadini autoctoni, posto che il numero effettivo degli stranieri “trattenuti” è decisamente inferiore rispetto al numero dei “clandestini” in circolazione (basta dare un’occhiata ai numeri degli immigrati che partecipano alle sanatorie per rendersi conto di ciò); 3) i Cie sono assolutamente diseconomici, poiché costano moltissimo – specie ora che la durata del “trattenimento” dello straniero può arrivare fino a 18 mesi – creando di conseguenza un circuito di valore e di business non irrilevante (almeno a giudicare dalle numerose inchieste giudiziarie che hanno coinvolto non di rado personalità eccellenti e ben note alla vita pubblica italiana).

Appare, pertanto, legittimo interrogarsi sulle vere ragioni della loro esistenza. A cosa serve davvero la custodia dei corpi degli immigrati nei Cie? A renderli forse più docili e sottomessi per i futuri padroni? Ad insegnare loro la disciplina come un tempo si faceva nelle workhouses? I Cie sono i nuovi istituti bio-regolatori dei mercati del lavoro?