La cultura contadina si va perdendo. E con essa, tra l’altro, la conoscenza delle erbe spontanee. Quando mi trasferii in campagna dalla città conoscevo a malapena la prelibatezza del tarassaco (Taraxacum officinale), che talvolta mangiavo in insalata con le uova sode. Ed ancora adesso la stragrande maggioranza della gente che di domenica si sparpaglia nei prati, va a raccogliere solo quell’erba.

In realtà, essa è solo una delle tante che nella nostra cultura antropocentrica ci fa dire che ”la natura offre all’uomo”.

Solo per fare un esempio, provate la silene (Silene vulgaris). I germogli sono deliziosi in insalata. Come del resto le foglie di primule e viole. Oppure l’acetosa o erba brusca (Rumex acetosa), erba acidula che si adatta a preparare una salsa per accompagnare pesce o carne (ahi, argomento delicato…).

Non parliamo poi dell’ortica (Urtica dioica o Urtica urens), che potrete utilizzare proficuamente sia nelle minestre che in frittata.

O del luppolo (Humulus lupulus), che “ci dona” le sue cime dalla primavera fino all’autunno, ed anche qui possiamo utilizzare in zuppe e frittate.

E che dire poi dell’aglio selvatico (Allium ursinum), con cui si prepara un eccezionale pesto?

Insomma, non c’è che l’imbarazzo della scelta, solo a superare la nostra pigrizia che ci porta sempre più ad acquistare i beni anziché a godere della gratuità. E per acquistare poi cosa? Per restare alle verdure, quanta è la gente che compra non dico l’insalata, ma addirittura i sacchetti con le verdure già pronte? E che dire, estendendo la visuale, del boom dei cibi pronti da cucinare o mangiare all’istante?

C’è la crisi, è indubbio, ma c’è anche il sonno della ragione.