“Non riusciamo più a lavorare, a fare indagini. Noi crediamo nel nostro lavoro, lo facciamo con senso del dovere e con passione, al servizio della giustizia e dello Stato. Ma così non possiamo più andare avanti”. Ad ascoltare le voci degli sbirri della squadra di polizia giudiziaria di Milano, si sente prevalere lo sconforto. “Non abbiamo strumenti per lavorare. Siamo 110 poliziotti e siamo rimasti con sole tre auto: una Alfa 156 e due vecchissime Punto. Una circolare del ministero dell’Interno ci impone infatti di consegnare, entro sabato 10 marzo, le targhe di altre quattro auto, che sono ormai fuori uso e non verranno né riparate, né sostituite”.

Da oggi, dunque, tre auto per 110 agenti. La squadra di polizia giudiziaria presso il Tribunale di Milano è il gruppo interforze (Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, in totale quasi 300 persone) che lavora per la procura di Milano. Ha fatto le indagini sul caso Ruby e su altre mille inchieste dei pm milanesi. La parte composta da agenti della Polizia di Stato è quella che soffre di più per la mancanza di mezzi e strumenti. Il 31 dicembre 2011 è scaduto il contratto per la manutenzione delle macchine fotocopiatrici. Così adesso, quando se ne guasta una, nessuno la ripara. Tra qualche tempo gli agenti non potranno più fare fotocopie.

Non va meglio con i computer: soltanto una ventina sono efficienti, gli altri sono arrangiati, provenienti da altre amministrazioni, oppure personali. “Alcuni di noi portano in ufficio il loro computer privato: sarebbe proibito, ma altrimenti come facciamo a lavorare?”. Il punto più dolente è comunque quello delle auto. L’ultima fornitura consistente dell’amministrazione risale al 1998: venti Fiat Punto che si sono via via ridotte a due. Quando si guastavano non venivano più riparate. I contratti d’assicurazione non erano rinnovati. Ci sarebbero le auto confiscate: sette di queste erano state affidate dal giudice alla squadra di polizia giudiziaria, “ma il ministero ci ha detto che non ci sono fondi per rimetterle in strada e mantenerle”, dice un agente. “Così finiscono al Demanio dello Stato che le svende”. “Eravamo più attrezzati vent’anni fa”, dice sconsolato Carmelo Zapparrata, sostituto commissario nella squadra di polizia giudiziaria, ma anche segretario provinciale del Silp, il sindacato dei poliziotti della Cgil. “Nell’ultimo decennio abbiamo vissuto un lento declino, privati dei mezzi per lavorare. Dicono che bisogna investire nella sicurezza: ma noi vediamo che gli investimenti più elementari non vengono fatti. All’aumento della corruzione e della criminalità, si risponde con armi spuntate”.

La polizia giudiziaria compie il lavoro investigativo per i magistrati e dipende solo dal punto di vista funzionale dall’amministrazione di provenienza (i poliziotti dalla Polizia di Stato, i carabinieri dall’Arma, i finanzieri dalla Guardia di finanza). “Ci sentiamo un po’ dimenticati dalla nostra amministrazione”, dice sottovoce Zapparrata. Ci sono pochi soldi per i poliziotti, e ancor meno per quelli della polizia giudiziar ia.

Nelle indagini su Ruby, gli agenti hanno fatto fino in fondo il loro dovere, anche a costo di mettere in imbarazzo i funzionari della questura di Milano che in una notte di maggio del 2010 hanno subito le pressioni dell’a llora presidente del Consiglio, il quale aveva chiesto di lasciar andare la minorenne fermata per furto. Ora il Silp critica anche la sproporzione tra gli stipendi dei poliziotti e quelli del loro capo: Antonio Manganelli, con i suoi 26 mila euro al mese e più, guadagna come venti agenti messi insieme. “Siamo i poliziotti peggio pagati d’Europa”, dice Zapparrata, “e abbiamo il capo più pagato d’Europa. Non importa. Noi continuiamo a fare il nostro lavoro. Ci piace. Abbiamo il senso delle istituzioni. Però vorremmo almeno avere gli strumenti minimi per poter lavorare: i computer, le fotocopiatrici, le auto di servizio. Chiediamo troppo?”.

da Il Fatto quotidiano,  10 marzo 2012