Il benessere delle persone e dei popoli è strettamente legato all’uso e alla disponibilità di energia. In Europa si allarga a macchia d’olio la fascia di persone che non è più in grado di pagare l’energia necessaria per riscaldarsi, per far funzionare gli elettrodomestici o per cucinare. La Fuel Poverty secondo alcuni studi dell’Ue interessa oramai 150 milioni di persone in Europa e almeno il 10% delle famiglie italiane.

Le famiglie italiane sono sempre più schiacciate dai tre fattori che stanno agendo con un effetto moltiplicatore sulla povertà energetica: i redditi tra i più bassi d’Europa, l’aumento esponenziale del costo dell’energia e la bassa qualità energetica degli edifici che disperdono il calore.

I gruppi sociali più vulnerabili sono quelli che hanno i redditi più modesti, ad esempio gli anziani, le famiglie monoparentali, i disoccupati, le persone che vivono in situazioni di svantaggio fisico o psicologico. Per di più nella maggior parte dei casi si verifica che le persone con redditi bassi vivono in edifici con un isolamento termico inadeguato, cosa che acuisce la situazione di povertà energetica.

Il patrimonio edilizio è un comparto fortemente energivoro, assorbe in Italia il 36% del consumo energetico complessivo. L’Italia è al primo posto in Europa per quanto riguarda le emissioni di CO2 imputabili agli usi energetici nel comparto abitativo.

Cosa si sta facendo in Italia per affrontare questa dilagante piaga sociale? Quali politiche i governi politici e tecnici stanno mettendo in campo? In questo paese non c’è traccia, nei programmi e nelle azioni, di una strategia per affrontare concretamente la fuel poverty. Quanto costa tutto questo al paese? I costi sociali e l’incidenza sui costi sanitari di questo fenomeno non sono nemmeno monitorati. I servizi sociali dei Comuni si trovano a far fronte a continue richieste di sostegno economico a cui, dopo i tagli “federalisti”, non riescono più a far fronte.

Eppure gli spazi per intervenire ci sarebbero, con misure temporanee e mirate di sostegno al reddito delle fasce più deboli ma soprattutto intervenendo in grande scala sulla riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare, a partire dall’edilizia residenziale pubblica.

Cosa aspettiamo per intervenire? In Inghilterra il Green Deal prevede interventi di risparmio energetico su centinaia di migliaia di abitazioni private e pubbliche.

Altro che grandi opere! Non ci serve, come ci ricordava simpaticamente Crozza, “far viaggiare il tonno tra l’Italia e la Francia, a 300 km all’ora”, serve una grande opera strategica come questa, diffusa sul territorio, capace di determinare reattività economica e responsabile nel settore dell’edilizia e di ridurre le emissioni in atmosfera oltre alla dipendenza dell’Italia dall’approvigionamento di energia da fonti fossili.

Prendiamo i miliardi di Euro stanziati per la TAV e quelli impegnati per comperare aerei F35 da guerra e mettiamoli nel primo Fondo Nazionale a sostegno del Green Deal Italiano.

Insomma: efficienza energetica per vincere  la povertà energetica! Troppo difficile?