L’isola di Robinson è ben lontana da un territorio televisivo riconoscibile eppure certamente non è inesplorata: un po’ di satira, un po’ di dibattito, un po’ di interviste. Non è banale né sbagliata la metafora romanzesca che sceglie Luisella Costamagna per esordire in prima serata su Rai3: anche il programma deve trovare un sentiero, per il momento sospeso fra Ballarò senza Giovanni Floris e Parla con me senza Serena Dandini.

Fedele a una trama che Daniel Defoe scrisse tre secoli fa, Robinson arriva di venerdì, proprio come il nome del personaggio che accompagnava il ragazzo ribelle: il venerdì è un giorno complicato per l’informazione alternativa, cioè una via di mezzo fra i fatti che durano una settimana e l’inchiesta laboriosa. Cosa s’aspetta un telespettatore il venerdì? L’ennesimo salottino-presepe di politici rinfrescati con un pizzico di tecnici? No, altrimenti l’Ultima Parola di Gianluigi Paragone andrebbe splendidamente. Raffinati colloqui in un clima post-sauna come Le invasioni barbariche di Ilaria Bignardi? Nemmeno. L’Ennesimo Ballarò (di cui Robinson riprende musiche, scenografia, grafica e giornalisti) che rifila una serie sterminata e struggente di numeri che nemmeno l’Istat riesce a mettere insieme? Neanche.

Robinson ha buoni servizi e ottimi spunti (vedi le battute di Spinoza.it o la Sora Cesira), ma riunisce le parti peggiori di una televisione già vista che spiega il deludente 3,7 per cento di share. Rai3 è uguale a se stessa da vent’anni e il lunghissimo mandato di Paolo Ruffini, ora direttore di La7, ha l’unico merito di aver fatto invecchiare bene programmi che funzionavano e identificavano la rete antagonista ai berlusconiani sparsi ovunque. Se la Costamagna ha toppato il debutto non va messa in castigo: è storicamente provato che Rai3 si conserva al ribasso di una potenzialità evidente. Perché Milena Gabanelli e Riccardo Iacona vengono somministrati a piccole dosi?

La prima di Robinson sarà ricordata per il ruvido battibecco fra la Costamagna e l’ex ministro Mara Carfagna. Come sempre la giornalista si è dimostrata preparata, pronta ad asfaltare l’ospite con domande che in situazioni analoghe altri le avrebbero risparmiato: insomma, se la Bignardi è un calmante Tavor, la Costamagna è un’energica Redbull. Ha commesso, però, un errore iniziale che l’ha accompagnata per un’intervista tempestata di momenti imbarazzanti. Come dicono gli allenatori che s’incartano nel proprio sapere: la conduttrice ha sbagliato l’approccio. Annusava la preda già mentre sbucava da una porticina di legno; sentiva la notizia ronzarle intorno senza capire come schiacciarla: cavolo, c’era la Carfagna, l’ex modella, l’ex velina, l’ex ministro, chissà l’origine dei suoi rapporti con Silvio Berlusconi? Anche se, durante la presentazione, la Costamagna ha annunciato la Carfagna come l’interlocutrice ideale per parlare di donne e di 8 marzo: più che una parentesi femminista, è sembrato un duello rusticano. Un manifesto di donne che odiano le donne. La Costamagna ha insistito, attaccato, raggirato la preda, fin quando la Carfagna ha rivoltato il banco prendendo per mano l’intervista: “Non ho mai rinnegato il mio passato. E poi anche su di lei sono circolati molti pettegolezzi per la sua rapida carriera televisiva grazie a Santoro. Ma io ho sempre creduto ai suoi meriti, mai alla sua avvenenza”.

E la Costamagna, sconfitta, s’è trovata con l’ultima disperata richiesta: “Mi dica una cosa negativa di Berlusconi. Io sono tutta orecchie e lei fa un salto rispetto alla storia che ha vissuto finora”. Ma era Robinson o Verdetto finale?

Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2012