Scena: è in corso un esame presso una prestigiosa università italiana. Non un esame normale, ma uno di quelli su cui uno studente tipicamente si gioca un bel pezzo di curriculum, e che spesso richiede prove successive che possono essere sostenute solo un paio di volte l’anno. Siamo all’atto finale, l’ultima prova, quando lo studente scopre di non aver preparato un argomento richiesto dal corso.

Professore: “Perché non ha preparato quest’argomento?”
Studente: “Non era indicato in programma.”
Professore: “Non è vero! Quest’argomento è riportato con chiarezza nel programma aggiornato”.
Studente: “Non capisco”. Lo studente estrae dallo zaino una copia del programma che ha scaricato sul sito dell’università, e lo mostra al Professore.
Studente: “Vede? Qui non è indicato”.
Professore: “Ma questo non è il programma aggiornato…”
Studente: “Non aggiornato? Questo è il programma che si trova sul sito.”
Professore: “Ignoro cosa ci sia sul sito dell’università. Il programma aggiornato lo trova in copisteria…”
Esito: lo studente è costretto a ritirarsi e a ripresentarsi dopo sei mesi per sostenere nuovamente tutte le prove previste dall’esame. Con l’occasione, si rivolge anche ad uno psicoterapeuta.

Non è una scena di fantasia. Quanto raccontato è realmente accaduto in un ateneo pubblico. Quando parliamo di agenda digitale dobbiamo parlare anche di scuola e università. Lo sa bene il ministro Profumo che, non a caso, ha deciso di far partire proprio dai luoghi pubblici della formazione la sua grande sfida per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione.

In effetti, come ci mostra anche l’esempio sopra, le università e le scuole già dispongono spesso di strumenti e servizi digitali che, se correttamente impiegati, potrebbero portare benefici straordinari alla didattica e alla qualità della vita di studenti e formatori. Il vero ostacolo, quasi sempre, non è la dotazione ma la mancanza di formazione all’utilizzo delle novità tecnologiche, o, peggio, le forti resistenze culturali al cambiamento.

In tutto questo, pare che il merito debba ricoprire un ruolo molto importante nella nuova università. Ottima cosa, a patto di ricordare che il merito non si basa solo sull’incentivazione dei comportamenti virtuosi, ma altrettanto sulla disincentivazione di quelli viziosi. In un’università pubblica degna di questo nome, un comportamento, come quello mostrato dal professore nell’esempio riportato, non dovrebbe essere proprio tollerato, e chi perpetua tali atteggiamenti, dovrebbe essere messo in condizione di non insegnare.