Dagli accertamenti sui conti correnti bancari dei quattro poliziotti arrestati a Bologna alcuni giorni fa per aver rapinato stranieri sono emersi una serie di piccoli versamenti in contanti protratti nel tempo. E’ uno dei nuovi dettagli dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Valter Giovannini. La Guardia di Finanza ha controllato i conti per un anno e mezzo, andando a ritroso dall’ottobre 2011, dove si colloca la prima delle due rapine a stranieri imputata ai quattro. Sono così saltati fuori piccoli versamenti in contanti (100-300 euro), fatti in quantità diverse dai diversi indagati. Gli inquirenti mirano ora a capire se queste somme (non riconducibili allo stipendio che viene accreditato direttamente in banca) possa essere ricondotto a entrate giustificabili o meno.

Proseguono intanto le audizioni in procura. Stamattina è stato sentito uno dei due stranieri rapinati il 20 ottobre (assistito dall’avv. Donata Malmusi). Il ragazzo ha confermato di essere stato avvicinato ad ottobre poco dopo l’aggressione da poliziotti delle volanti che gli “consigliarono” di ritirare la denuncia, invito ribadito poi di recente in una telefonata arrivata dagli stessi poliziotti, e perfino da due agenti del commissariato Due Torri che lo raggiunsero a casa. La sua dichiarazione è stata messa a verbale.

Infine oggi sono stati sentiti anche un poliziotto in servizio all’ufficio del personale e la dirigente dell’ufficio, Fiorenza Maffei, in merito ad un dettaglio emerso dall’inchiesta su cui gli inquirenti vogliono fare chiarezza. E’ stata infatti acquisita agli atti una copia di uno dei decreti di sospensione dal servizio che furono notificati agli arrestati il giorno dell’arresto. La copia è stata ritrovata nella disponibilità di un non appartenente a forze di polizia e inoltre era una copia non firmata, un dettaglio che fa capire che si tratta di una copia sfuggita al circuito regolare prima che arrivasse alla firma del Questore. Visto che i decreti vengono redatti all’ufficio del personale, le due persone sono state sentite per cercare di ricostruire che percorso possa aver fatto la copia “clandestina” del decreto.