Denaro per oltre 1,7 milioni di euro, almeno in parte riconducibile a clan camorristici di Nola e di Casal di Principe, sarebbe stato ripulito tra Emilia Romagna e Toscana attraverso un giro di fatture false. Parte del sistema, sul fronte fiorentino, era un imprenditore di Barberino del Mugello, titolare di una società di Vaglia fallita nel 2006, che poi ha deciso di denunciare. Su quello emiliano, invece, è stato individuato come perno un altro imprenditore, Giovanni Gugliotta, 52 anni, d’origine campana ma residente da tempo a Vignola, in provincia di Modena.

È questa una parte della ricostruzione effettuata da Pietro Suchan, il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Firenze che, al termine di un’inchiesta condotta dal Gico della guardia di finanza del capoluogo toscano, ha chiesto il rinvio a giudizio per 11 persone accusate di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, alla truffa, alla fatturazione per operazioni inesistenti e alla presentazione di dichiarazioni fiscali infedeli.

Fatture false per trasporti inesistenti in Italia e all’estero. Il sistema messo a fuoco dagli inquirenti vede tra il 2004 e il 2005 la società di Vaglia, che si occupa di trasporti, a far da “filtro” in una “sistematica opera di ripulitura e di reimpiego di capitali illeciti” provenienti “da esponenti della criminalità organizzata campana”. I quali avrebbero avuto addentellati con società sparse tra Napoli e Forlì per espandersi anche all’estero, nella Repubblica Ceca e in Francia. Queste, secondo le carte della Dda, avrebbero commissionato falsi trasporti alla società fiorentina e a fare da punto di raccordo sarebbe stato Gugliotta, “amministratore di fatto di imprese che avrebbero dovuto in teoria eseguire materialmente i trasporti”.

Il vantaggio per l’imprenditore toscano sarebbe stato “commissione di 80-100 euro per ciascun viaggio falso dei migliaia fatturati” e, per gli inquirenti, anche “l’indebito credito Iva (300 mila euro) derivante dal fatto che le fatturazioni alle committenti estere erano state dichiarate non imponibili”. Il meccanismo però a un certo punto si inceppa. Accade quando il fiorentino “è stato indotto a continuare il pagamento di falsi trasporti per oltre 5,4 milioni di euro”. Inoltre per gli inquirenti l’organizzazione criminale, “dopo aver utilizzato la società per il riciclaggio, l’ha successivamente svuotata finanziariamente attuando una vera e propria truffa”.

Il sistema avrebbe retto fino a quando l’imprenditore toscano sarebbe stato zitto, condizione su cui clan e intermediario contavano. Ma l’uomo, a un certo punto, ha deciso di parlare e a conferma delle sue dichiarazioni sono arrivati i risultati delle analisi dei flussi finanziari che hanno consentito di risalire all’origine del denaro sporco, in parte proventi di presunte truffe. Secondo l’accusa, a coordinare gli spostamenti di denaro sarebbe stato Alfonso Perrone, sospettato di essere collegato ai casalesi e a gruppi satelliti al clan Fabbrocino di Napoli. Insieme al suo, si fa anche il nome di Michele La Marca, arrestato e condannato dal tribunale di Nola per estorsioni, detenzione di armi, rapine e ricettazione.

Il fronte emiliano: estorsioni, pizzo e ritorsioni in provincia di Modena. Perrone non è nuovo alle carte della Dda di Bologna. Ci era già finito nel marzo 2010, quando da un’inchiesta scaturita proprio dal filone toscano erano state arrestate con due distinte ordinanze 23 persone – a cui più recentemente se ne aggiunte altre 13, indagate in un ulteriore fascicolo – che operavano nel modenese. Condotta dal Gico di Bologna e dalla squadra mobile di Modena e coordinata dal procuratore Roberto Alfonso e dai pm Lucia Musti, Enrico Cieri e Pasquale Mazzei, l’operazione aveva consentito di scoprire un giro di estorsioni a una decina di imprenditori edili, ristoratori e titolari di locali notturni a cui venivano chiesti dai 3 ai 30 mila euro.

Ma anche – talvolta in aggiunta e talvolta in alternativa al pagamento in denaro – consumazioni gratuite, autovetture a disposizione, interventi artigianali o assunzioni di cittadini stranieri che avrebbero così beneficiato di soggiorni legali in Italia. Si trattava in altre parole di pizzo che, qualora non fosse stato pagato, avrebbe dato origine a minacce di ritorsione e a pestaggi. Il tutto veniva gestito in un garage di Nonantola frequentato da uomini dei boss Francesco Schiavone e Michele Zagaria e vittime erano tutte di origine campana.

di Sara Frangini e Antonella Beccaria