«È la rivoluzione post-pc», annuncia, quasi misterico, Tim Cook, ceo Apple.

La rivoluzione, però, non avviene oggi, è roba passata, risale a qualche tempo fa. Quando sul palco a presentare fantastici device c’era Steve con il maglioncino e l’aureola di tecno-santità e quando l’Ipad faceva il suo primo ingresso sul mercato, creando la stramba figura del consumatore neofita e fighetto di tecnologia avanzata. Oggi, invece, il lancio della terza versione dell’iPad, anche se presentato come evento chiave in una intera storia aziendale, è solo un momento di passaggio dal grande cambiamento al successivo (se ci sarà, come molti sospettano).

Sul palco dello Yerba Buena Center di San Francisco è, così, andata in scena una liturgia di transizione. Prima di tutto per quanto riguarda il prodotto: già il nome è rivelatore. New iPad. Uno strumento nuovo rispetto a uno precedente, una transizione verso l’HD, una miglioria. I dati tecnici confermano l’idea di un nuovo ma non rivoluzionario tablet: il retina display, la fotocamera da 5 megapixel, un diverso processore centrale. Tutto molto utile, avanzamenti importanti, ma niente che faccia gridare al prodigio.

Il rito di passaggio, poi, riguarda la guida carismatica, il leader. L’ottimo performer Tim, come ha dimostrato di essere camminando sul palco con il classico mega schermo alle spalle, non è un capo tribù, un eroe immaginifico come Steve. E la Apple non può accontentarsi di una leadership di transizione perché, proprio come un partito o un qualunque altro prodotto che abbia in animo di fare tendenza, ha bisogno di un uomo in grado di interpretarne i valori di assoluta innovazione, unicità e genialità. Cook quando tenta di parlare con frasi dal tono quasi millenaristico, stile Jobs per capirsi, suona meno brillante, un pochino falso, meno credibile del santificato Steve. Non per suo demerito, ma perché la sua è una sorte usuale per chi si trova a dirigere una fase “post mito”. Ora la Apple deve, infatti, ripensarsi se vuole essere in futuro l’assoluta vincitrice della competizione sul mercato con gli altri tablet.

Una rivoluzione, quindi, c’è stata, ma qualche anno fa, quando Jobs ha distribuito, come un portentoso elisir di longevità culturale, l’Ipad ai neofiti della tecnologica, trasformandoli in gente alla moda e adatta alla contemporaneità. Un’altra rivoluzione ci sarà, quando, per esempio, il tablet avrà qualcosa di simile alla porta USB. Nel frattempo c’è Cook, non proprio un funzionario ma un reggente, una specie di Fassino che ha portato i Ds a diventare parte del Pd, un leader adatto a gestire il rito di passaggio. Liturgia fondamentale in qualunque processo vitale, ma inadatta a far esultare i cuori (degli elettori come degli acquirenti).