Oggi, 8 marzo si celebra la Giornata internazionale della donna.

Per alcune donne sarà l’occasione per  leggerezze fra amiche o  i soliti tremendi spogliarelli, per altre l’occasione per parlare di diritti, problemi e violenze.

Come uomo credo che la condizione della donna sia anche un mio problema.

E’ un mio problema l’uso del corpo delle donne.

“La bellezza fisica della donna è uno dei più generosi spettacoli che la natura concede ai mortali, sempre deliranti fra il dolore e la morte”. Trovo offensiva per la mia dignità di uomo la brutale mercificazione perpetuata su questa bellezza dall’industria pubblicitaria e dai media. Non voglio ogni giorno subire, da uomo, questa aggressione all’immaginario, essere trattato come un cane a cui mostrare la bistecca per inculcare messaggi e ordini. Non voglio comprare, credere o obbedire sotto l’attrazione di un corpo femminile: il trattamento presuppone che io –come uomo – sia un’idiota.

E’ un mio problema anche il rispetto della volontà e delle scelte. Una donna è libera di essere quel che vuole e se questa è vera libertà nessuno può puntare il dito e giudicare: non uomini, nemmeno altre donne.

E’ un mio problema il grossolano moralismo e il femminismo manicheo di chi riconduce ogni questione a una imposizione maschile. Siamo diventati troppo grandi per giocare al maschi contro femmine e per scadere nelle trappole del sessismo del momento.

E’ anche un mio problema il contratto che “nel caso di gravidanza potrà essere risolto di diritto, senza alcun compenso o indennizzo”. Vorrei che la maternità fosse un diritto e non un lusso o un compresso e che la collettività tutelasse l’essere madre. Vorrei non sapere cosa sono le “dimissioni in bianco”. Vorrei che certe clausole fossero storture marginali e non l’attualità di alcune fra le principali imprese pubbliche e private italiane. Se questo è quello che il modello di competizione economica impone, la direzione è decisamente fuori rotta. Fare soldi non ha certo più valore che fare la vita.

Mi piacerebbe che si parlasse di un welfare inaccettabile solo perché troppo arretrato nell’assicurare protezione e sostegno alle lavoratrici e che la Festa della donna fosse un’occasione per parlare di lavoro femminile in un’ Italia in cui riesce a lavorare meno del 50% delle donne.

Le pari opportunità, principio dell’Unione, sono un problema europeo che in Italia assume caratteri grotteschi. Secondo il dati del Governo,  il “differenziale retributivo di genere” nel lavoro dipendente è pari al 23,3. Le donne in media, sono pagate un quarto di meno.Essere pari non significa essere uguali: diverse condizioni, esigono ragionevolmente diverse soluzioni. Così nell’uguaglianza si nasconde la disparità se è praticamente impossibile trovare una donna nei consigli di amministrazione (6,7%) e nelle posizioni di vertice delle aziende ed e invece semplice, secondo le statistiche di Almalaurea, trovare neolaureate con voti eccellenti e mediamente più preparate degli uomini.

E’ un mio problema anche il datore di lavoro che pretende attenzioni particolari, il suo complimento volgare e ossessivo, la cenetta a cui invita con le buone o le cattive sotto il ricatto del prendere o lasciare. Discriminata è la donna e discriminato sono io, come uomo, per tre volte: come uomo, come partner e come lavoratore.

E’ un problema sottile e strisciante il fatto che certe donne alla fine, per dimostrare di sapere e saper fare, finiscano con l’imitare i peggiori comportamenti maschili, rinunciando a quel “mistero bello senza fine” chiamato femminile.

E’ un mio problema e ne ho vergogna, la violenza sulle donne.

Ho vergogna – peggio di un verme –  quando il genere maschile viene inevitabilmente associato a storie brutalmente quotidiane come quella dei militari dell’Aquila e le pesanti accuse di stupro e tentato omicidio a loro carico.

Mi vergogno come l’ultimo mollusco fangoso della terra per i “il rapporto sessuale è stato consenziente”  nel sangue, i “ lei ci stava lei provocava” di lividi sul viso, per quei distinguo fra la ragazza di buoni costumi e la puttana di turno. Nel documentario Un Processo per Stupro, l’avvocato Tina Lagostea Bassi ci mostrava il medioevo culturale in cui marcisce l’ Italia.

Emergeva una società che sopportava strategia difensive violente e inquisitorie, finalizzate neanche subdolamente a trasformare la vittima in imputata, umiliandola e scavando nelle sua sfera intima fino a screditarla e privarla di dignità.

Respiro male in questo liquame culturale di uomini repressi, fobici e insicuri, che confondono il virile con la più vigliacca delle sopraffazioni. Ma nel Processo per Stupro, l’apertura è per le madri degli stupratori e per quelle “comari di un paesino” che vedevano in lei “quella che voleva divertirsi”.

Un processo morale non diverso da quello che nel 1611 dovette affrontare a Roma la pittrice Artemisia Gentileschi,  donna di incredibile personalità che ebbe prima il coraggio di denunciare lo stupro subito e poi di difendersi ostinatamente dalle accuse di uomini e donne figli di una comunità satura di pregiudizi, omertà e squallidi codici d’onore.

Quell’ Italia talvolta sembra non essere mai scomparsa. Osservava l’avvocato Lagostea Bassi che “nel caso di quattro rapinatori che entrano in una gioielleria e portano via i gioielli, nessuno degli avvocati si sognerebbe di dire che il gioielliere ha un passato poco chiaro, che il gioielliere è un usuraio, che specula, che guadagna o che evade le tasse “.

C’è davvero sconforto,  nel trovarsi a scrivere, ancora oggi,  che “una donna ha il diritto di essere quello che vuole” .

E’ un mio problema e vorrei non lo fosse la parola “femminicidio”, orrendo neologismo che esprime la distruzione fisica, psicologica e istituzionale della donna in quanto tale. Questa parola le Nazioni Unite la accostano all’ Italia, un paese dove la violenza di compagni, mariti o ex fidanzati sono la prima causa di morte per le donne dai 15 ai 44.

E’ un problema che non si risolve sbattendo mostri in prima pagina e  montando falsi scandali sulle sentenze della Cassazione. Fare demagogia è fuori luogo. Si può avere giustizia solo nel rispetto della libertà e dei principi costituzionali. Nessuna legge figlia dell’isteria punitiva o del dogma della repressione potrà davvero cambiare lo stato delle cose come un profondo rinnovamento culturale sempre troppo distante, che investa il significato dell’essere donna ed essere uomo in questo paese.

A questo cambiamento e a tutte le donne che come Artemisia Gentileschi, hanno lottato per affermare una diversa armonia sociale, con qualche ritardo,  sento di dover regalare una mazzo di mimose.